Silent leges inter arma?

A metallic shield with intricate gears and cogs partially exposed, deflecting numerous black missiles flying through a smoky sky.

La NATO da patto difensivo a regolatore della sicurezza

Cicerone ammoniva che, tra le armi, le leggi tacciono. La parabola dell’Alleanza Atlantica — che ad Ankara celebra in queste ore il suo trentaseiesimo vertice — racconta invece il tentativo, non sempre riuscito, di far parlare il diritto proprio là dove parlano le armi.

Il patto: dodici firme e un articolo

Il Trattato di Washington, sottoscritto il 4 aprile 1949 da dodici Stati, è un testo breve, quasi ascetico. Il suo cuore è l’articolo 51: un attacco armato contro un alleato in Europa o Nord America è considerato attacco contro tutti, e ciascuno reagirà con le misure ritenute necessarie, «compreso l’uso della forza armata». Non un automatismo bellico, ma un vincolo di solidarietà politica.

Meno citati, ma decisivi, sono l’articolo 3 (ogni membro deve sviluppare la propria capacità di difesa: è la base giuridica dell’odierna corsa alla spesa militare), l’articolo 4 (consultazione in caso di minaccia) e l’articolo 1, che impegna a comporre le controversie con mezzi pacifici. Un patto nato difensivo, ancorato — almeno nelle intenzioni — alla Carta delle Nazioni Unite.

I documenti programmatici: dall’Aja ad Ankara

Il salto più netto matura al vertice dell’Aja (24-25 giugno 2025): cinque punti scarni — un «haiku diplomatico» — con un impegno storico, portare la spesa entro il 2035 al 5% del PIL2 (3,5% per le esigenze militari centrali, 1,5% per infrastrutture, cyberdifesa, industria). Un raddoppio rispetto al 2% fissato in Galles nel 2014; revisione nel 2029; alla Spagna un’esenzione di fatto.

Il vertice di Ankara (7-8 luglio 2026) traduce quell’impegno in operatività. La dichiarazione finale, concordata dai 32 ambasciatori e attesa alla firma dei leader l’8 luglio, ribadisce «l’impegno incrollabile alla difesa collettiva ai sensi dell’articolo 5» e la formula di Mark Rutte: «un’Europa più forte in una NATO più forte» — la «NATO 3.0», meno dipendente da Washington. La Russia è «minaccia di lungo periodo»; sull’Ucraina il testo fissa 70 miliardi di euro (circa 80 di dollari) per il 2026 e livelli «almeno equivalenti» nel 20273, a carico degli europei e del Canada, non degli Stati Uniti. Compaiono l’Iran e lo Stretto di Hormuz. L’Italia, al 2,8% del PIL, spinge sul Fianco Sud.

L’uso delle armi, in sintesi

Per quarant’anni la NATO non sparò un colpo: pura deterrenza. Poi i Balcani: la Deliberate Force in Bosnia (1995), a copertura ONU, aprì a Dayton. Il Kosovo (1999) segna la frattura: settantotto giorni di bombe senza mandato del Consiglio di Sicurezza — per i critici, la forza che si emancipa dalla legalità; per la Commissione indipendente del 2000, un intervento «illegale ma legittimo»4, moralmente giustificato contro la pulizia etnica. L’Afghanistan (unica invocazione dell’articolo 5, dopo l’11 settembre) si chiude col ritiro del 2021. In Libia (2011) la Unified Protector nacque dalla risoluzione 19735 a protezione dei civili di Bengasi, ma scivolò — è la critica ricorrente — verso il regime change.

Il dubbio, e il criterio

Su tutto pesa un’assenza. Leone XIV — oggi la più autorevole voce del pensiero cristiano — ha fatto della denuncia del riarmo un asse del pontificato: ammonisce a non chiamare «difesa» una corsa agli armamenti che «depaupera educazione e salute», bollando come «false propagande»6 l’illusione che la supremazia porti pace anziché odio. Parole che negli ambienti militaristi dell’Alleanza trovano scarsa eco.

Eppure colgono un mutamento reale. La deterrenza della Guerra fredda consentiva la faccia feroce — come l’esercito di Franceschiello, tutta ammuina e nessuno sparo: minaccia teatrale, calcolata per non essere eseguita. Oggi si vuole sparare a tutto ciò che si muove tra i cespugli, salvo scoprire che a cadere è il poveretto che passava di lì.

L’atlantista replicherà: la minaccia è reale. Lo è — gli arresti a Roma di due ex 007 e l’indagine su quattro militari al soldo del GRU raccontano un «conflitto ibrido quotidiano»7, per usare le parole del ministro Crosetto. Ma riconoscere il pericolo non impone di condividere la risposta: il 5% e il grilletto facile non sono l’unico modo di difendersi, e sono proprio ciò che la più alta autorità morale d’Occidente condanna.

E qui il dubbio si fa radicale. Ha ancora senso una sicurezza «atlantica» — cornice di ottant’anni fa — quando il baricentro del mondo si è spostato altrove? I miliardi di uomini che vivono nei disegni di Xi, dell’India, del Pakistan, e nella logica dello Stato-canaglia russo, non pensano affatto in termini atlantici. E la sponda americana si sfila, tra isolazionismo tendenziale e un affarismo personale — dichiarazioni patrimoniali monstre, interessi cripto, affari con il paese ospitante — che rasenta l’indifferenza morale: «Per la maggior parte delle persone non ci sarei andato», ha detto Trump della sua presenza ad Ankara.

Resta allora un solo criterio, per chi scrive: sono favorevole a una NATO che usi la forza per difendere i diritti individuali e collettivi — Srebrenica, Bengasi — e la respingo quando quella forza serve a comprimerli. Non è il mandato formale a decidere, ma la finalità. È un test che il presente non supera con disinvoltura: il vertice che «riafferma i valori democratici» si tiene in una capitale dove, denuncia Human Rights Watch, i fermi hanno colpito attivisti, avvocati e giornalisti8. Il diritto, tra le armi, non deve tacere; ma per parlare ha bisogno che la forza resti al servizio dei diritti, non del loro contrario.


1 — Trattato del Nord Atlantico, Washington, 4 aprile 1949, art. 5.

2 — The Hague Summit Declaration, 25 giugno 2025.

3 — Dichiarazione del vertice di Ankara, approvata dal Consiglio Atlantico il 3 luglio 2026 ed endossata dai capi di Stato e di governo l’8 luglio 2026.

4 — Independent International Commission on Kosovo, The Kosovo Report, Oxford University Press, 2000.

5 — Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, risoluzione 1973 (2011) del 17 marzo 2011.

6 — Leone XIV, Messaggio per la LIX Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2026; discorso all’Università La Sapienza, Roma, 13 maggio 2026.

7 — Procura di Roma – ROS dei Carabinieri, misure cautelari del 7 luglio 2026; dichiarazione del Ministro della Difesa G. Crosetto. Indagini in corso: si applica la presunzione di non colpevolezza.

8 — Human Rights Watch, «Türkiye: Crackdown Ahead of Summit», 25 giugno 2026.

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