La montagna e il righello

Mountain village with winding illuminated roads at night


Perché ridurre i comuni montani a una questione di altitudine è un errore che un Paese fondato sui suoi territori non può permettersi.

di Mario Cavallaro


C’è un oggetto che riassume, meglio di qualunque relazione tecnica, ciò che è accaduto alla montagna italiana negli ultimi mesi: un righello.

Con la legge 12 settembre 2025, n. 131, e con il decreto attuativo del febbraio 2026, lo Stato ha riscritto — dopo settant’anni — la definizione di montagna. L’ha fatto affidandosi a due sole grandezze: l’altitudine e la pendenza. Due numeri. Il risultato è una sforbiciata: i comuni montani scendono da 4.201 a 2.844. Più di milletrecento paesi, in una notte, cessano di essere montagna agli occhi della legge.

I geografi hanno trovato la formula esatta: abbiamo misurato la montuosità e abbiamo dimenticato la montanità. La prima è un dato orografico; la seconda è una condizione storica e umana: l’isolamento, la rarefazione dei servizi, la scuola che chiude, l’ultima corriera alle quattro del pomeriggio. Un borgo a 320 metri, con l’ambulatorio a quaranta minuti, è montano nei fatti anche se non lo è più sulla carta. Confondere il perimetro con la comunità è l’errore di fondo.

Una storia che ci riguarda da vicino

Chi, come me, ha attraversato le aule del Parlamento sa che le definizioni non sono mai neutre: distribuiscono risorse, diritti, futuro. E questa definizione tocca un nervo antico.

Il comune italiano nasce attorno all’anno Mille come patto giurato fra cittadini che decidono di governarsi da sé. È una delle più grandi invenzioni politiche d’Europa, capace di resistere persino all’Impero. Le Marche vi ebbero un ruolo singolare: Ancona, repubblica marinara fino al 1532, e poi Fermo, Ascoli, Jesi, Camerino, Fabriano. La nostra peculiarità — un policentrismo di città piccole e medie, senza una capitale che schiacci le altre — è eredità diretta di quella stagione, filtrata dalle signorie dello Stato pontificio.

Carlo Cattaneo scrisse che «la città fu il solo elemento indistruttibile del popolo italiano». L’Unità, nel 1861, rovesciò il paradigma: il comune divenne terminale amministrativo dello Stato, e la montagna cominciò a svuotarsi. Le risposte normative — dalla legge del 1952 (da cui provengono proprio i criteri oggi finalmente superati) alle Comunità montane, fino alla Strategia per le Aree Interne del 2014 — sono arrivate a strati e in ritardo.

La lezione che continuiamo a non imparare

Qui interviene Robert Putnam. Più di trent’anni fa venne a studiare le nostre regioni e si chiese: perché, a parità di leggi, certe istituzioni funzionano e altre no? La risposta non era il reddito, non era il diritto: era il capitale sociale, fatto di fiducia, reciprocità, abitudine a cooperare. E la radice di quel capitale, scoprì, stava proprio nei comuni medievali; dove fiorì la libertà comunale, secoli dopo, le istituzioni rendono di più.

È la chiave di volta. Lasciar morire un borgo non significa perdere qualche residente: significa erodere un civismo sedimentato in nove secoli, che non si ricostruisce con un bando. La forza dell’Italia non è a Roma — è nei territori.

Che cosa serve davvero

Per le Marche i numeri sono concreti: 78 comuni montani confermati, 13 esclusi (otto nel Pesarese, due nell’Ascolano, tre nel Maceratese) per il solo parametro dell’altitudine media sotto i 350 metri. Bene ha fatto la Regione, con l’Emilia-Romagna, a presentare ricorso; le Marche sperano nella benevolenza del governo amico.

Ma il ricorso non basta. Servono due ordini di misure. Anzitutto i servizi: nessun incentivo trattiene chi non ha medico, scuola, trasporto, banda larga. È inutile versare bonus in un secchio forato. Poi le leve fiscali: il credito d’imposta sulla prima casa per chi si trasferisce — con priorità a giovani, medici, insegnanti —, il sostegno agli agricoltori, gli incentivi al lavoro agile, e il coraggio di sperimentare zone franche montane.

I settori su cui puntare sono i nostri: filiere agro-silvo-pastorali, turismo lento e cammini (con la leva del Giubileo e del centenario francescano), comunità energetiche, e quella manifattura diffusa che è il genio marchigiano.

Essenziale sia per se stesso sia come veicolo di ricerca applicata e di produzione di occupazione ad alto livello di professionalità e cultura il ruolo dell’Università, con un percorso che ne rafforzi l’autonomia ma anche la sua integrazione con le eccellenze e le comunità territoriali, e dell’istuzione e cultura, pilastri di quel mantenimento di comunità senza del quale non c’è né montagna né pianura, ma solo ritorno all’indietro.

Sul PNRR il giudizio dev’essere onesto. La «logica del bando» premia chi sa già progettare, cioè il comune più forte, non il più fragile. Ma con NextAppennino — quasi 1,8 miliardi per le aree del sisma, 170 milioni per il solo turismo marchigiano — la ricostruzione fisica è stata accompagnata da una prospettiva di ripopolamento. E non è un caso che proprio qui l’ISTAT abbia certificato la prima inversione demografica dopo decenni. La chiamano restanza, e tornanza: il restare, e il tornare.


Calvino, nelle Città invisibili, suggerisce che, per non soffrire dell’inferno dei viventi, si possa cercare «chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». I nostri piccoli comuni montani sono esattamente questo: ciò che, nel deserto demografico, non è deserto.

Misuriamo pure l’altitudine e la pendenza. Ma non dimentichiamo mai che la montagna, prima di essere un’altezza, è una comunità. E una comunità non si certifica con un righello.

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