Il Mito della Fine delle Ideologie: Riflessioni Critiche

Cyberpunk city intersection with neon signs reading Path of Dreams, Path of Destiny, and Path of Shadow

Contributo per un dibattito

Mario Cavallaro

I. Premessa: il topos e la sua funzione

C’è un’idea che ha attraversato il dibattito politico occidentale degli ultimi trent’anni con la forza di un’evidenza acquisita: l’idea che le ideologie siano finite. Formulata per la prima volta con rigore teorico da Daniel Bell nel 1962 — The End of Ideology — ripresa in Italia da Norberto Bobbio nel 1994 nel celebre saggio su destra e sinistra, e poi variamente modulata da Revelli e Ricolfi, questa tesi ha colonizzato il senso comune della politica, come se fosse una legge naturale, non una posizione interpretativa.

Val la pena di fermarsi su questa genealogia. Bell descriveva una crisi dell’offerta politica: le élite dirigenti che si omologano, i conflitti che si attenuano nel benessere del dopoguerra, le grandi narrazioni che perdono presa sulle masse. Bobbio era più cauto: manteneva la distinzione destra-sinistra come categoria analitica fondata sull’uguaglianza come valore discriminante, ma riconosceva la crisi dei soggetti storici che l’avevano incarnata.

Sullo sfondo, a mio avviso, alcuni fraintendimenti ed equivoci, primo fra tutti la mancata comprensione da parte della sinistra che il tema della formazione stessa di una classe dirigente strettamente professionale politico-sindacale — nata dall’equivoco di una interpretazione letterale delle parole di Max Weber come “Politik als Beruf” (interpretate come “politica come mestiere”, dignitoso ed esclusivo, e come tale meritevole di essere apprezzato dal popolo), che era in realtà un richiamo alla politica come servizio, era giunto al capolinea già dopo le battaglie politico-sindacali del primo Novecento. Non si riconosceva più proprio nel tanto vantato e semplicisticamente evocato “popolo della sinistra” al politico in quanto tale, all’operatore sociale e sindacale, il diritto di essere tale senza avere un legame diretto e stabile con la società civile (in parole povere, un lavoro vero).

Quelle masse che avevano scelto i politici e gli operatori sindacali come rappresentanti delle proprie battaglie si stavano trasformando e polverizzando: la politica come nobile e stabile rappresentanza degli interessi delle masse democratiche perdeva radici sociali e giustificazione morale.

Le uniche masse rimaste, sempre più ai margini del ribollire frastagliato dell’economia globalizzata, erano quelle più protette — i pensionati tutelati, le élite operaie — peraltro permeabili non meno delle altre dai nuovi miti della società opulenta: la ricerca di un nemico più in basso nella scala sociale, il populismo percepito come categoria prepolitica naturale, l’appannamento della cittadinanza attiva ridotta a periodico esercizio elettorale, il malcelato disprezzo per la figura dell’“intellettuale”.

Così i partiti storici della sinistra si sono trovati, non per uno scherzo del destino, rinchiusi nel recinto di una minoranza.

Il problema, o almeno per la sinistra il problema di fondo, è che una diagnosi circoscritta, la crisi di determinati partiti e culture politiche in un determinato periodo storico, è diventata, nel discorso pubblico, una legge universale. La fine delle ideologie non descrive più un fenomeno: lo prescrive. Chiunque parli ancora di conflitto di classe, di antagonismo strutturale tra capitale e lavoro, di alternativa di sistema, viene bollato come anacronistico, come sopravvissuto a un mondo che non esiste più.

Anche alcuni valori che dovrebbero essere considerati prepolitici, ma pur sempre fondativi di qualsiasi ricerca di un nuovo ordine mondiale (e territoriale, per quel che vale), il valore della pace in sé, la cooperazione fra popoli, la solidarietà fra esseri umani in quanto tali, si stemperano in fastidiosi richiami al passato, con l’evidenza di un sostanziale disinteresse dell’Occidente, che pur si autoproclama virtuoso, verso stragi sistematiche di innocenti compiute in nome della sicurezza e il correlato dispregio verso chi con iniziative spesso ingenue ma di direzione ostinatamente “giusta e contraria” cerca di mantenere viva l’attenzione sui principi traditi (vedi Flotilla).

Questa operazione ha un nome preciso: è essa stessa ideologia. La pretesa della neutralità è la più efficace delle posizioni ideologiche, perché non si presenta come tale. Come ha osservato Slavoj Žižek, l’ideologia dominante contemporanea abbraccia il sapere critico neutralizzandone l’efficacia: la distanza critica nei confronti dell’ordine sociale diventa il mezzo attraverso cui quell’ordine si riproduce.

Si finisce per sognare l’occupazione di un equidistante, rasserenante e consolatorio “spazio di centro”, lo spazio del “non conflitto” e sì che anche geometricamente il centro è sempre e solo un punto, che non ha alcuna valenza in sé, se non è il centro di una figura geometrica o il luogo di una retta da cui partire in una chiara direzione di marcia.

La “fine delle ideologie” è essa stessa un’ideologia, quella del centro come spazio naturale della politica moderna, come corollario, in realtà, di quella del capitalismo come orizzonte insuperabile dell’organizzazione umana.

La tesi che propongo di dibattere è semplice e, credo, dimostrabile: la fine delle ideologie è una mistificazione di comodo che ha funzionato esclusivamente a danno della sinistra. La destra non ha mai creduto alla propria fine. Ha solo smesso, per qualche decennio, di dirlo ad alta voce.

II. La destra immobile: fedeltà senza revisione

Partiamo da un dato storico che merita di essere detto senza eufemismi: la destra europea e occidentale non ha mai compiuto una revisione ideologica sostanziale dopo la Seconda guerra mondiale. Ha compiuto una revisione estetica, lessicale, talvolta tattica. I contenuti strutturali sono rimasti intatti.

Del resto, sarebbe stato impensabile che dopo la sonora sconfitta delle destre all’esito di entrambe le guerre mondiali — con i loro corifei datisi a gambe, annidatisi nei gangli delle nuove società democratiche senza crederne i valori, pochissimi rimasti ad affrontare a viso aperto le conseguenze del male fatto — queste coltivassero con enfasi pubblica la loro fedeltà ai regimi caduti in bagni di sangue. Eppure, quella fedeltà non si è mai spenta, è semplicemente passata in clandestinità ideologica.

Va riconosciuto che la destra non è un monolite: alcune sue correnti — il gollismo francese con la sua componente sociale, la democrazia cristiana tedesca con l’economia sociale di mercato teorizzata da Erhard, gli stessi confusi tentativi di Fini, che però non possiamo dimenticare aver presidiato da vicepresidente del Consiglio il centro operativo di polizia durante i tristissimi fatti di Genova, hanno sviluppato risposte più articolate alla questione sociale. Ma si tratta precisamente di correnti rimaste marginali o riassorbite, non di revisioni strutturali del nucleo ideologico. Il fatto che esistano eccezioni conferma la regola: la destra mainstream non ha fatto il suo Godesberg.

Il socialismo democratico tedesco compi il suo Godesberg nel 1959: abbandonò formalmente il marxismo, accettò l’economia sociale di mercato, si riformulò come partito di popolo. Fu un’operazione dolorosa, discussa, contestata — ma fu una revisione vera. La destra non ha mai avuto bisogno di fare altrettanto, perché il sistema che difende – il capitalismo, la gerarchia sociale, la primazia dell’identità collettiva etnica o nazionale sull’individuo e a sua volta l’individualismo come criterio di convivenza sociale – non è mai stato sconfitto come sistema.

È stato solo temporaneamente addomesticato.

Lo stesso PCI italiano, il più grande partito comunista occidentale fuori dal recinto sovietico, avviò tormentati e periodici strappi, revisioni e diaspore al termine dei quali la trasformazione può dirsi compiuta nell’ingresso come forza fondante nel Partito democratico, di chiara ispirazione riformatrice e non più legata alla visione intransigente del marxismo rivoluzionario. La sinistra si è riformata, la destra no, ma di questo sembriamo menare non vanto, ma autocritica vergogna e rimpianti in molti non superati.

I cardini strutturali dell’ideologia di destra nel Novecento erano: etnocentrismo e chiusura nazionale; uso strumentale della religione come collante identitario e di legittimazione del potere; ostilità alla redistribuzione della ricchezza; celebrazione della forza come strumento di risoluzione dei conflitti, interni ed internazionali; visione gerarchica e naturalistica dell’ordine sociale, in cui il cosiddetto merito è in realtà una selezione i  cui elementi censuari e di appartenenza sociale sono sostanzialmente la regola. Esaminiamo cosa è cambiato.

Il lessico è cambiato, la sostanza no. Non si parla più di “razza” ma di “identità” e “radicamento”. Non si parla più di “impero”, ma di “sovranità nazionale” e “popoli”. Non si parla più di “crociata” ma di “radici cristiane dell’Europa”. Non si parla più di guerra di aggressione, ma di “difesa degli interessi nazionali”, con il che diffusamente si sostengono gli USA e Israele: chi meglio di loro difende non energia i propri interessi nazionali??

La democrazia non viene considerata come sostanzialmente legata a un complesso di diritti collettivi ed individuali, che nel dopoguerra erano pensati anche come antidoto al risorgere delle avventure nazionaliste, ma alla semplice celebrazione delle periodiche elezioni, rese sempre più permeabili alla penetrazione propagandistica nella quale la destra ha sempre creduto con fiducia (il Minculpop o i “ludi cartacei” non sono certo invenzioni della sinistra).

Lo storico israeliano Zeev Sternhell ha dimostrato con rigore filologico che il substrato ideologico del fascismo affonda in una tradizione culturale europea degli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento che non è mai stata estirpata: è solo stata depotenziata nei simboli e costretta al silenzio dalla sconfitta militare del 1945. Quel silenzio è durato, grosso modo, fino agli anni Novanta. Poi, progressivamente, quella fazione – come ha documentato lo storico Donald Sassoon analizzando l’evoluzione dei partiti conservatori europei – da minoritaria è diventata maggioritaria all’interno della destra stessa. Il Partito conservatore britannico, la CDU tedesca, i partiti del centrodestra italiano, i movimenti nazionalisti dell’Europa orientale, tutti si sono spostati verso posizioni che vent’anni fa sarebbero state considerate estreme e non ammissibili come base di una piattaforma di governo.

Non è un incidente: è il ritorno alla casa madre ideologica.

Il tratto più inquietante di questo ritorno è la riabilitazione della forza come strumento dirimente delle crisi internazionali e dei rapporti umani – ancorché ammantata dalla sua evocazione statuale (che del resto non a caso piaceva al giurista teorico del nazismo Carl Schmitt) – e la conseguente esaltazione dei pretesi “valori” dell’ordine e della disciplina, che sono invece strumenti di convivenza sociale da porre al servizio della priorità della dignità umana.

Per quarant’anni la deterrenza nucleare e il diritto internazionale avevano costruito un sistema — imperfetto, pieno di contraddizioni — in cui la guerra era almeno formalmente residuale. Oggi quella retorica è in crisi strutturale. La Russia di Putin invade stati sovrani confinanti invocando la storia e l’identità etnica. Trump negozia il potere globale come un’estensione del proprio business e non nasconde di voler esercitare con la forza la proiezione imperiale statunitense, dalla Groenlandia a Cuba, da Panama alla Terra del Fuoco. I governi di destra europei oscillano tra subordinazione e ammirazione verso questi modelli.

Si illude chi pensa, e ce ne sono anche “a sinistra”, che esistano più destre, alcune delle quali capaci di porre paletti invalicabili a un condiviso processo democratico. Definirei questa la sindrome Chamberlain: trattare con i lupi nella speranza che diventino agnelli. Le differenze espositive e di politezza formale non sono un elemento dirimente: i governi di destra comprendono oggi, senza remore, tutto quanto c’è a destra nel mondo, ivi comprese quelle formazioni che, per fragilità della propria tenuta democratica, si richiamano ancora formalmente a non meglio definiti “valori occidentali”, mentre praticano il razzismo nella lotta ai fenomeni migratori, minano la parità di genere, e contestano sistematicamente l’autonomia e l’indipendenza della funzione giurisdizionale.

Chiudere un occhio, anzi entrambi, di fronte a questi fenomeni e – per quanto abbiamo detto – sostenerli, neanche soltanto tollerarli.

Possiamo dire, con la precisione che il contesto richiede, che la destra non ha tradito la propria ideologia: l’ha semplicemente tenuta in caldo e adattata ai gusti contemporanei, aspettando che le condizioni storiche la rendessero nuovamente presentabile, potabile ed appetibile. E le condizioni ci sono: le disuguaglianze esplose con la globalizzazione, la crisi delle istituzioni rappresentative, la paura delle migrazioni, l’incertezza identitaria prodotta dalla modernità liquida.

La destra ha le risposte pronte, sempre le stesse, e le ripropone con la naturalezza di chi non le ha mai abbandonate.

III. La sinistra disarmata: tre traumi e una resa

Se la destra non ha mai creduto alla fine delle ideologie, ad averci creduto, o ad averla subita come una condanna, è stata quasi esclusivamente la sinistra. E lo ha fatto nel momento storicamente più paradossale, proprio quando le contraddizioni del capitalismo globale avrebbero offerto il terreno più fertile per una politica di alternativa.

Tre traumi si sono abbattuti sulla sinistra in rapida successione, e nessuno è stato davvero elaborato.

Il crollo del comunismo realizzato (1989)

La caduta del Muro di Berlino non avrebbe dovuto significare la fine della critica al capitalismo: avrebbe dovuto significare la liberazione di quella critica dal peso di dover difendere l’indifendibile.

Il comunismo sovietico era stato una degenerazione teorica prima ancora che pratica del progetto socialista: uno stato-partito che aveva cancellato le libertà civili in nome di un’emancipazione che non arrivava mai. La sua caduta avrebbe potuto essere l’occasione per rifondare il pensiero critico su basi più solide.

Non è andata così. La sinistra europea ha vissuto il 1989 come una sconfitta propria, non come la sconfitta di un’autocrazia che aveva tradito i suoi stessi principi fondativi. Ha subìto il discorso della fine della storia di Fukuyama, il liberalismo capitalistico come approdo definitivo dell’evoluzione politica umana, invece di contestarlo.

Ha accettato la premessa che il capitalismo fosse l’unico sistema possibile, e si è ridotta a discutere di quanto e come regolarlo. Non si è riflettuto abbastanza che persino gli storici dell’economia di formazione non marxista riconoscono oggi che il capitalismo, presentato come regola immanente della vita sociale, è una modalità di organizzazione economica dalla vita relativamente breve e assai controversa rispetto a tutti i sistemi economici che le società umane abbiano nel tempo adottato.

La fine della storia dell’Occidente, come l’abbiamo con eccessiva enfasi narrata, si è consumata nel genetliaco di Trump; un ritorno all’indietro di un paio di millenni, con la celebrazione di giochi gladiatorii esattamente identici a quelli che i peggiori imperatori romani organizzavano per distribuire pane e svago alle plebi, in attesa di essere sostituiti da altri ancora peggiori.

La degenerazione degli eredi

I due grandi eredi del progetto comunista, la Russia e la Cina, hanno percorso traiettorie che hanno reso ancora più difficile qualsiasi recupero dell’eredità critica. La Russia di Putin è diventata un’autocrazia imperiale che usa il linguaggio dell’antioccidentalismo e della sovranità per legittimare l’aggressione militare e il potere personale assoluto: non ha nulla a che fare con qualsiasi progetto emancipativo.

La Cina ha costruito il modello forse più sofisticato della storia: un capitalismo di stato autoritario, dove il controllo politico totale e l’economia di mercato si sostengono a vicenda in un equilibrio che non è né socialismo né liberalismo, ma qualcosa di più inquietante di entrambi o almeno attualmente dagli incogniti sviluppi, attesa la natura autocratica del suo nucleo di potere centralistico e lo smodato uso del controllo sociale con cui opera lo stato “quando è in questione l’interesse nazionale”.

Questa situazione ha prodotto un effetto perverso nel dibattito politico occidentale: chiunque muova una critica al capitalismo viene immediatamente assimilato all’apologia di questi regimi. È un ricatto intellettuale che ha funzionato benissimo, e che la sinistra non ha saputo neutralizzare con sufficiente vigore.

La resa del riformismo

Il terzo trauma è forse il più sottile e il più devastante: la progressiva dissoluzione del riformismo socialista in una gestione moderata del sistema capitalistico. La parabola che va da Eduard Bernstein — il padre del revisionismo socialdemocratico, che però manteneva un orizzonte trasformativo — a Tony Blair e Gerhard Schröder è la parabola di un’idea che si svuota progressivamente di contenuto.

Blair e la Terza Via: non più alternativa al mercato, ma la sua migliore gestione. Schröder e l’Agenda 2010: smantellamento delle tutele del lavoro in nome della competitività e noi in Italia con il nostro renzismo fiorentino ne sappiamo qualcosa. E poi il sigillo postumo: Schröder, l’uomo che incarnava la svolta neoliberista della socialdemocrazia tedesca, diventerà presidente del consiglio di sorveglianza di Nord Stream AG e membro del board di Rosneft, lobbista retribuito del capitale energetico russo, Blair dovrebbe essere una pedina gestoria dell’immobiliarismo gazawo realizzato da Trump sulle mute tombe di migliaia di palestinesi innocenti, sepolti nel cemento come la mafia seppelliva le sue vittime a livello artigianale, il più perspicace Renzi, forse in una fase di pentimento, ripensamento o ricollocazione che non raggiunge l’abiura, ma che sembra aver rinunciato o almeno reso invisibili le sue discusse pulsioni di conferenziere e consulente.

Un epilogo che vale più di molte analisi. I Democrat americani, sostenitori entusiasti della globalizzazione finanziaria, salvo poi scoprirne i danni quando erano già irreversibili, come del resto le quasi imbarazzate e timide osservazioni di Barak Obama sulla guerra iraniana di Trump suggellano. In Italia, la parabola dal PCI al PDS all’Ulivo fino al PD degli ultimi anni ha oscillato tra timide ambizioni riformiste e un sostanziale allineamento alle politiche di austerità europee e non ha in alcun modo rinnovato – se non nella periodica espulsione dei migliori e il trattenimento in servizio di famigli e famiglie – le classi dirigenti.

Il risultato è che la sinistra ha abbandonato il campo del conflitto distributivo proprio nel momento in cui quel conflitto esplodeva.

Le disuguaglianze globali sono cresciute in modo spettacolare a partire dagli anni Novanta. La quota del lavoro sul PIL è diminuita sistematicamente in tutti i paesi avanzati. Il capitale finanziario ha acquisito un potere che non trova precedenti nella storia economica moderna e la sinistra stava altrove: a gestire la cosa pubblica in modo “responsabile”, il che significa, tradotto dal politichese, in modo accettabile per i mercati.

Non mancano, è giusto dirlo, esperienze di sinistra che in questi decenni hanno tentato risposte più coraggiose: il Partito dei Lavoratori di Lula in Brasile, Podemos in Spagna, la stagione di Syriza in Grecia. Ma si tratta di esperienze locali, prive di un paradigma intellettuale condiviso e spesso costrette alla resa dai vincoli della finanza globale — come il caso greco ha dimostrato con brutale chiarezza.

Singole battaglie vinte in campo aperto – ultima quella del referendum costituzionale – non cambiano il fatto che la guerra ideologica complessiva sia stata perduta.

IV. Il gigacapitalismo: quando il capitale supera lo Stato

Dobbiamo chiamare le cose con il loro nome. Ciò che è emerso dalla globalizzazione neoliberista degli ultimi trent’anni non è semplicemente un capitalismo più efficiente o più esteso: è una forma qualitativamente nuova di concentrazione del potere economico che chiameremo, senza esitazione, gigacapitalismo.

I dati sono noti, ma vale la pena ricordarli nella loro brutalità. Secondo il rapporto Oxfam 2026, appena dodici individui possiedono la stessa ricchezza di oltre quattro miliardi di persone — metà dell’umanità. Tremila miliardari nel mondo controllano una ricchezza aggregata di 18.300 miliardi di dollari, equivalente a otto volte il PIL dell’Italia. Le grandi piattaforme tecnologiche — Google, Amazon, Meta, Microsoft, Apple — hanno capitalizzazioni di mercato che superano il PIL di interi continenti. Elon Musk, divenuto il 12 giugno 2026 il primo trilionario della storia con un patrimonio che supera i mille miliardi di dollari, una cifra vicina all’intero PIL annuale della Polonia, tratta con i governi da una posizione di forza che non ha precedenti nella storia del capitalismo. La distinzione tra potere economico e potere politico, già fragile in teoria, si è praticamente dissolta.

Si aggiunga che chi ha invocato il riformismo come risposta alla crisi ha spesso trovato che il sistema lo cooptava. Chi invoca la sovranità dello Stato come contrappeso – argomento delle destre – dimentica che quella sovranità è stata svuotata proprio dal sistema che le destre hanno sempre difeso.

L’Unione Europea, con il GDPR, il Digital Markets Act e i procedimenti antitrust contro i giganti tecnologici ha mostrato che una capacità regolatoria è ancora possibile, ma si tratta di resistenza parziale e periferica: non tocca la struttura della concentrazione, la rallenta soltanto. E anche quella resistenza è oggi sotto pressione politica crescente da parte delle destre nazionaliste che la compongono.

Su questo terreno, il contributo dei pensatori che hanno scelto di lavorare dentro il metodo economico mainstream per smontarlo dall’interno è prezioso, anche se politicamente insufficiente e certo non seguito come talvolta fin troppo autocriticamente i guru di un tempo. Thomas Piketty, con il suo Il capitale nel XXI secolo, ha dimostrato con una mole di dati storici senza precedenti che la concentrazione della ricchezza tende strutturalmente ad aumentare quando il tasso di rendimento del capitale supera il tasso di crescita economica — e che questa è la condizione normale del capitalismo, non un’eccezione. La disuguaglianza non è un difetto del sistema: è la sua logica interna.

Daron Acemoglu, premiato con il Nobel per l’economia nel 2024 insieme a Simon Johnson e James Robinson, ha aperto un fronte diverso ma complementare: il suo lavoro sulle istituzioni inclusive e estrattive mostra come la concentrazione del potere economico tenda a catturare le istituzioni politiche, trasformandole da strumenti del bene comune a strumenti di riproduzione del privilegio. Power and Progress (2023), scritto con Johnson, affronta direttamente il tema della tecnologia come strumento di redistribuzione del potere o, nella sua forma attuale, di ulteriore concentrazione.

Il Nobel ha dato a queste tesi una visibilità finalmente proporzionata alla loro importanza.

Il limite di questi autori, e va detto con rispetto, non con spregio, è che le loro proposte rimangono nell’orizzonte del tradizionale riformismo: tassazione progressiva del capitale, regolazione delle piattaforme, rafforzamento dei diritti dei lavoratori. Proposte giuste e necessarie, ma che non toccano la struttura. Come ha osservato Žižek, la critica che non mette in discussione le fondamenta viene assorbita e neutralizzata dal sistema che pretende di riformare.

Il punto politico è questo: i capitalisti sono ormai palesemente più forti degli stati, o confusi con essi, non come accidente temporaneo, ma come dato strutturale.

Uno stato che dipende dai mercati finanziari per il proprio finanziamento non è sovrano rispetto a quei mercati. Un governo che ha bisogno degli investimenti delle grandi piattaforme per la propria economia digitale non può regolarle senza subirne le ritorsioni. La forma-stato westfaliana – sovranità territoriale, monopolio della forza legittima, capacità fiscale autonoma – è strutturalmente compromessa dalla mobilità globale del capitale. E la destra, paradossalmente, usa la retorica della sovranità nazionale per difendere un sistema che quella sovranità l’ha svuotata.

V. Chi pensa ancora: Sassoon, la Chiesa, il silenzio della piazza

In questo deserto intellettuale e politico, è utile mappare le voci che ancora provano a nominare il conflitto e a costruire un’alternativa. Sono poche, eterogenee, e non particolarmente ascoltate. Ma esistono.

Donald Sassoon e la questione rivoluzionaria

Donald Sassoon — storico britannico di formazione marxista, autore del fondamentale Cento anni di socialismo — ha pubblicato recentemente un saggio sulle rivoluzioni che merita attenzione non tanto per le sue tesi storiche, quanto per la domanda politica che pone implicitamente. Sassoon mostra che le rivoluzioni non si classificano semplicemente in “di destra” e “di sinistra”: ci sono state rivoluzioni conservatrici, rivoluzioni dall’alto, rivoluzioni senza partecipazione popolare. Ciò che le accomuna è la trasformazione profonda dell’ordine esistente.

La domanda che il suo lavoro pone, senza rispondervi direttamente, è se il momento attuale richieda una trasformazione di quella portata. Non necessariamente violenta,  le rivoluzioni non lo sono per definizione, ma strutturalmente incompatibile con la semplice gestione riformista dell’esistente. È una domanda che la sinistra mainstream ha smesso di porsi, e che è urgente rimettere al centro.

Del resto, la storia ci consegna più esempi di successi non riformisti e sicuramente definibili rivoluzionari non fondati sulla violenza come la rivoluzione del Mahatma Ghandi o la vittoria dopo decenni di detenzione – essenzialmente per implosione del sistema razzista – di Nelson Mandela, con il felice corollario della commissione per la verità e la riconciliazione guidata dal vescovo Tutu, forse futuro modello in luogo – o almeno accompagnando il cammino – di tribunali internazionali sempre meno legittimati nel loro difficile operare.

Il paradosso di Leone XIV

C’è un paradosso che vale la pena riconoscere senza imbarazzo: nell’attuale panorama, l’istituzione che produce la critica più radicale al modello dominante è la Chiesa cattolica. L’enciclica Magnifica Humanitas, firmata da Leone XIV il 15 maggio 2026 e promulgata il 25 maggio, nel 135° anniversario della Rerum Novarum di Leone XIII, quasi una provocazione simbolica, non parla soltanto di intelligenza artificiale: parla di un modello economico che produce disuguaglianze strutturali, di un potere tecnologico che sfugge a qualsiasi controllo democratico, di uno sviluppo che non può essere giudicato se non alla luce del suo costo umano.

L’enciclica afferma che l’attività economica non può pretendere di risolvere i problemi sociali semplicemente ampliando la logica del mercato e individua nelle disuguaglianze economiche globali uno dei fattori strutturali che alimentano i conflitti. Denuncia quello che definisce un paradigma tecnocratico in cui una visione antiumana, la pienezza della vita come avere di più, ridurre la fragilità, eliminare l’imperfezione, rischia di sembrare giusta e normale. Richiama i principi della dottrina sociale della Chiesa – bene comune, solidarietà, sussidiarietà – come strumenti di lettura di una trasformazione epocale.

Il cerchio che si chiude tra Leone XIII e Leone XIV è straordinario e dice qualcosa di importante: la dottrina sociale della Chiesa ha una continuità critica rispetto al capitalismo che la sinistra politica ha abbandonato.

Non si tratta ovviamente di cercare nella teologia una sostituzione alla politica. Ma l’anomalia è produttiva: quando un’istituzione millenaria, gerarchica e tradizionalmente avversa alle rivoluzioni è più radicale nella critica del presente di quanto lo sia la sinistra riformista, qualcosa nel campo progressista si è rotto a un livello profondo.

Il silenzio della pubblica opinione

La pubblica opinione, almeno quella che emerge dai sondaggi, dalle elezioni, dai movimenti sociali, non sembra cercare un’alternativa di sistema. Sembra cercare protezione, identità, certezze consolatorie. Questo non è un dato naturale: è il prodotto di decenni di egemonia culturale neoliberista, che ha sistematicamente eroso la capacità di immaginare un futuro diverso dall’esistente.

Basti considerare quanto viene spesso citata come contro-prova l’esperienza delle democrazie nordiche: società più egualitarie, stato sociale robusto, istituzioni solide. Ma anche quella contro-prova mostra oggi le proprie crepe. Le democrazie scandinave stanno virando a destra in modo sempre più marcato, anche per effetto dell’antagonismo baltico alla Russia. La Polonia, che ha scelto una declinazione europeistica ma rimane strutturalmente uno stato dove il moderatismo cristiano si è saldato stabilmente alla destra, è un altro caso sintomatico. E la Germania post-Merkel – che viveva bene con lo scambio a basso costo del gas russo, finché la realtà ha spazzato via quell’equilibrio – sta trovando nella risposta militaristica, con oltre mille miliardi di euro di investimento nella difesa (da chi?) e nella correlata conversione dell’industria pesante, la sua soluzione. È una risposta di destra, non di sinistra. La tesi che il riformismo nordico sia un modello esportabile e scalabile a livello globale è smentita dai fatti prima ancora che dalla teoria.

Gramsci aveva ragione quando diceva che ogni egemonia è anche produzione del senso comune. Il senso comune contemporaneo è quello di una società che non crede nella possibilità di cambiarsi in modo profondo: al massimo si aspetta un capitalismo più gentile, un sovranismo più rassicurante, un’intelligenza artificiale meno minacciosa. Non è indolenza: è il risultato di una sconfitta culturale che la sinistra non ha ancora metabolizzato.

VI. Conclusioni: rimettere in campo la domanda

Non vengo qui a proporre una soluzione. Non ce l’ho, e diffido di chi dice di averla. Vengo a proporre di riprendere a fare le domande giuste, che sono le domande che abbiamo smesso di fare quando abbiamo accettato la premessa della fine delle ideologie.

Le domande giuste sono queste. È possibile una redistribuzione della ricchezza globale di portata sufficiente a ridurre le disuguaglianze strutturali all’interno della logica del mercato? O quella logica le riproduce necessariamente, come Piketty suggerisce? È possibile che gli stati nazionali — o aggregati di stati come l’Unione Europea — riacquistino la capacità di regolare il capitale finanziario e le piattaforme tecnologiche? O la mobilità del capitale ha strutturalmente superato la capacità regolatoria degli stati? È possibile costruire un’alternativa all’interno delle istituzioni democratiche esistenti? O quelle istituzioni sono già troppo compromesse dalla cattura del capitale per essere riformate dall’interno?

Sono domande scomode, perché le risposte oneste tendono verso il negativo. Ma la sinistra che non riesce a dire no al sistema che pretende di riformare non è una sinistra: è una sua funzione di stabilizzazione. E il mondo che si sta delineando — con la retorica della forza che torna a dominare le relazioni internazionali, con le disuguaglianze che erodono la coesione sociale, con il gigacapitalismo che svuota la democrazia dall’interno — non è un mondo che si lascia stabilizzare.

La destra lo sa. Non ha mai smesso di saperlo. Ha semplicemente aspettato che le condizioni mature tornassero. Sono tornate. Tocca alla sinistra decidere se vuole essere ancora un soggetto politico autonomo o restare un accessorio moderato del sistema che dice di voler cambiare.

Questo è il dibattito che propongo e che propongo sia preceduto da una analisi ispirata a questi stessi principi anche in campo regionale e locale, dove registro molte autoassoluzioni e condanne rigorosamente altrui, poche assunzioni di responsabilità e scarsissima analisi di un passato non tutto negativo ma anche, ammettiamolo, non tutto positivo quanto a coerenza fra gli obbiettivi ed i valori enunciati e le loro realizzazioni, ma soprattutto con un ritardo fra obbiettivi ed esigenze e la loro soddisfazione non giustificabile solo con la mancanza di risorse, che di per se solo giustifica la sfiducia che ormai circonda l’operato del partito democratico, che mi ostino a considerare il perno di una possibile “rivoluzione gentile” ma ferma, che non si confonda con il qualunquismo populista con cui secondo alcuni dovremmo comunque associarci autocriticamente per fare il “più uno” ed andare al governo.

Non ho risposte certe. Ho la certezza che le domande vadano fatte, e che il primo passo sia smettere di credere — o far finta di credere — che le ideologie siano finite. Non sono finite. Una di esse ha vinto, per ora. L’altra deve decidere se, come e con chi tornare in campo.

— Giugno 2026 —

Commenti

Lascia un commento