Il tabù e il canone

Perché un esponente di questa destra non può rappresentare l’unità nazionale

La presidente del Consiglio Meloni pone una questione reale. Perché il Presidente del Consiglio non può essere dichiaratamente di destra? Perché quello che lei definisce con la solita astuzia “tabù” non può essere sfatato, e possibilmente, a quanto è ormai dato di capire con lei, proprio lei come Presidente della Repubblica e un suo sodale (si dice, l’intransigente custode dell’ortodossia autoritaria – con i nemici, con gli amici come il collega ministro Nordio o la sua ex capo di gabinetto meno assai – Mantovano) presidente del Consiglio.

Posto in questi termini semplici e semplicistici, il tabù potrebbe essere tranquillamente abbattuto, effettivamente.

Il primo problema: il trasformismo

Purtroppo, i problemi sono due. Uno, forse persino superabile, ma certo inquietante è che, come del resto la sua intera carriera politica dimostra, il trasformismo di Meloni è tale che quello storicamente mitico di Depretis sembra nutrito di irretrattabili certezze e quindi fidarsi è bene, ma essere sicuri che quello che dice duri più dello spazio di una (mezza) consultazione elettorale sarebbe meglio. Le ultime affermazioni, ormai al livello di amenità, sui suoi rapporti con USA, Trump, Europa ed Occidente sono talmente intrise di opportunismo e talmente in contrasto con le urlacchiate propagandistiche da anni, a mesi, a qualche giorno fa, che non è necessario approfondire il tema: basta una buona raccolta delle sue esternazioni social.

Il secondo problema: la Costituzione e il male politico

Ma il problema, presidente Meloni, è ben altro e ben più consistente.

Per essere Presidente della Repubblica in Italia, cioè quello/a che rappresenta l’unità nazionale (art. 87), bisogna essere interpreti e garanti della Costituzione repubblicana ed è qui che l’inganno propagandistico e la suggestione mediatica cascano.

L’Italia, addirittura come madrina di molti altri paesi, è stata la culla di un movimento politico – il fascismo – che ha inzuppato letteralmente di sangue, direttamente o con i suoi epigoni, imitatori e perfezionatori, il primo Novecento.

Il fascismo è la quintessenza del male politico perché nega la democrazia, incoraggia il razzismo, ammette ed anzi esalta la violenza.

I paragoni con il comunismo, e la collegata ricerca di una consolatoria identità fra estremismi certamente parimenti detestabili, sono del tutto fuorvianti, non perché io sia una “zecca rossa”, come vengono sprezzantemente denominate le persone di estrema sinistra dal mondo della destra intransigente (e questo è già tutto dire), ma perché intanto il comunismo come ideologia nasce da ben altri propositi, ed è la sua applicazione dittatoriale e tirannica ad essere repellente ed odiosa, mentre il fascismo è proprio quel che dice e vuol essere, anche nella sua coerente attuazione pratica.

Del resto, le estreme destre mondiali lo hanno semmai perfezionato, fino a giungere alla follia omicidiaria e genocidiaria di Hitler, ma non hanno in alcun modo mutato la rotta originale che il fascismo aveva tracciato.

Invece, la gran parte delle autocrazie fondate sul comunismo o sono implose, come l’USSR e i suoi satelliti europei, o si sono trasformate in stati imperiali illiberali o dittatoriali – per prima la Russia di Putin, evidentemente dimentico solo in parte del ruolo di agente importante nella gestione e nel sostegno apparatniko del vecchio comunismo; ma che c’entrino tutti costoro con le democrazie, al massimo socialdemocratiche, più che altro liberali dell’Occidente, non è dato capire ed è come se, dovendo valutare la bontà delle cipolle, prendessimo come metro di paragone i cocomeri.

Resta la Cina, ma secondo tutti gli osservatori più informati è ancora insondabile nel suo approdo finale, al momento dominato da un desiderio di primato attraverso l’uso essenzialmente del soft power; è in fase di ricerca di equilibri complicati fra capitalismo di stato, nazionalismo e orgoglio persino confuciano ed è un’autentica incognita, molto lontana ormai dal comunismo tradizionale ma certo non in linea con il nostro canone occidentale, di cui brevemente dirò in seguito.

Il paragone, se si sceglie chi deve reggere lo stato e rappresentare l’unità nazionale, è fra chi non abbandona la cultura di destra, anzi se ne dice fiero, e chi difende la democrazia costituzionale.

Persino nell’attualità, chi vuol fare facile raccolta di frutta elettorale nella vigna del post-fascismo richiama degli stereotipi che rimangono tutti e interamente dentro al regime illiberale e liberticida che gli italiani si sono tenuti sulle spalle per venti anni; le sparate del generale Vannacci imperniate sul razzismo intransigente ne sono un esempio di scuola.

Le altre destre d’Europa, e il “fascismo eterno”

Ora, in altri paesi non c’era alcuna equazione identitaria fra destra e fascismo: il gaullismo, movimento certo di destra, pose rigorosi limiti ad ogni possibile accordo con i nazisti occupanti. Lo stesso Churchill, il vero nemico delle destre eversive e dittatoriali, non nascose mai i suoi umori ed istinti non certo riformatori o di sinistra; e la Germania – pur amaramente dovendo constatare che i suoi conti con il passato li ha regolati forse con qualche dimenticanza caritatevole, che ora strappa il fragile velo dell’esclusione a destra del neonazismo – ha tuttavia mantenuto, consapevole dell’enormità del male fatto, un responsabile senso di netta chiusura non solo verso i fenomeni storici del fascismo e del nazismo, ma verso quel “fascismo eterno” di cui magistralmente parlò Eco, di quella visione intrinsecamente autoritaria di cui la destra italiana è ampiamente e senza pentimenti tuttora portatrice.

I tatticismi e la sostanza anticostituzionale

I furbi tatticismi della presidente Meloni, che svolge la sua attività politica come se fosse una pattinatrice protagonista dello spettacolo di Holiday on Ice, pattinando con disinvoltura sul ghiaccio di tutto e del contrario di tutto ed abbandonandolo di corsa prima che si rompa – come accade con Trump, prima (non un secolo, qualche mesetto fa) degno Nobel ed ora buzzurro da ignorare; con l’Europa prima contrastata ferocemente e danneggiata con l’unanimismo di favore orbaniano ed ora invece con lo spirito persino gregario del volonterosismo; con la scarsa simpatia per le organizzazioni internazionali (il caso di Usāma al-Maṣrī Nağīm, delinquente rimpatriato con onore del volo di stato e poi condannato persino dai suoi sodali, rimpatriato come del resto un altro ergastolano conclamato ma evidentemente amico di, è veramente ignobile); le incertezze ogni volta che si deve valutare con severità la politica non degli ebrei o il sionismo, ma le aggressioni sistematiche dello stato di Israele verso i suoi vicini, senza alcuna pietà o ritegno per la strage di civili disarmati, donne e bambini, vittime collaterali valutate cinicamente ineluttabili – non sono affatto sufficienti e bastevoli a rendere un esponente di questa destra adeguato al ruolo, di per sé già sufficientemente complesso, di garante dell’unità nazionale, di presidente dell’organo di autogoverno della giurisdizione, nel quale pure proprio personalmente la Meloni ha dimostrato di non avere – agli occhi stessi della maggioranza del popolo italiano – le carte in regola per proporsi come garante dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, bene assai più prezioso dell’ormai pretestuosa separazione di carriere già esercitate separatamente da anni.

E anche nella presidenza del Consiglio di difesa, altro cardine in cui si sostanzia l’attività unitaria e riassuntiva dei valori costituzionali del capo dello stato – mentre il Presidente Mattarella rappresenta e ha rappresentato per tutto il popolo italiano un rassicurante punto di riferimento dello spirito di pace che il nostro paese desidera, non certo perché sia “de sinistra”, ma proprio per la profondità culturale dei suoi richiami alla Costituzione democratica repubblicana – non comprendiamo quale sia la rotta che la Meloni e i suoi tracciano per la nostra difesa e per le nostre forze armate, tuttora alla ricerca di un equilibrio che non percepiamo fra vere e proprie quinte colonne antioccidentali filoputiniane della sua maggioranza, proclami ultratlantici ed ora, dopo la ripulsa trumpiana, alla timida ricerca di equilibri che non sappiamo bene dove andranno a cadere.

E anche qui, non è tanto per l’insistito e sbandierato apparato di simboli sempre più stupidamente sdoganati dalle tremebonde schiere dei timidoliberali, che nulla ricordano del perché fu invasa la Cecoslovacchia e furono approvate le leggi razziali, ma per la sostanza anticostituzionale di molti dei richiami prepolitici e culturali a cui la destra meloniana fa riferimento.

È l’assoluta mancanza di riferimenti proprio a quel “canone occidentale” non scritto – che è in realtà il portato, costato milioni di morti, di un comune e collettivo rifiuto di tutte le suggestioni autoritarie del passato – che rende del tutto inaccettabile la pretesa della Meloni di definire tabù un paletto che, come del resto quelli sull’identità di genere e sulle libertà anche individuali, non può essere strumentalmente aggirato.

Il problema non è solo (ma, diciamocelo, perché non ci si deve dichiarare antifascisti?) la forma pregiudiziale antifascista: è che la destra italiana, nelle sue rituali indispettite celebrazioni, ad esempio, di Almirante, non ha fatto alcuna seria riflessione autocritica sull’uomo e sulle sue gesta incommendevoli ed incommentabili, così come continua a fornire visioni peraltro storicamente false dell’intero ventennio – tenendosi un po’ per sfida e un po’ per convinzione busti evocativi sul tavolino – e narrazioni propagandistiche che coprono con un brusio di fondo i valori costituzionali di uguaglianza, parità di trattamento, mancanza di distinzione strutturale fra cittadini; valori che poi non a caso si inverano in misure reazionarie e repressive della libertà e tendenti, per fortuna spesso con inefficacia, a creare nel paese altro che l’unità: anzi, le condizioni di una divisione permanente e di uno scontro fra destra e sinistra e, soprattutto, come è stato scritto giustamente, con il presupposto che chi anche per un solo voto governa non ha alcun dovere di condividere le scelte più importanti anche con l’opposizione, ma governa e basta ed ha diritto solo a regolamenti di conti interni – dimostrati dalle accuse a Vannacci, non di dire un mucchio di oscenità fascistoidi, ma di essere “un traditore”, uno che, non volendo, favorisce l’avversario; anzi, senza infingimenti, il nemico, specie quando lo si individua strabuzzando e roteando gli occhi nei comizioni che saremo costretti a sorbirci con sempre maggiore intensità, stante l’incertezza incombente dell’esito elettorale.

Il ghiaccio sottile

E quindi no, Presidente Meloni: non basta aver indossato la scintillante divisa della pattinatrice su ghiaccio con i suoi lustrini d’ordinanza per fare il Presidente della Repubblica. Bisogna dimostrare, di quel ghiaccio sottile che è purtroppo ormai diventata la democrazia nel mondo, di saperlo mantenere solido e di farci camminare in sicurezza, sopra, tutti coloro che partecipano allo spettacolo: non solo il proprio corpo di ballo.

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