Autore: Mario Cavallaro

  • Prime riflessioni sull’utilizzazione dell’AI nell’attività legale

    La prima cosa da chiarire è che chi scrive non è in grado, in alcun modo, di comprendere i meccanismi ultimi e gli algoritmi con cui funziona l’AI. Secondo alcuni, già questo non legittimerebbe a esprimere un giudizio o una valutazione sul tema, da sviluppare piuttosto a mio avviso in molti contributi corali e riflessioni di più persone. Secondo me, già questo è un approccio che definisco prudentemente passatista, perché è come se, quando furono introdotti i torchi a stampa, si contestasse chi valutava l’uso del nuovo strumento nella pubblicazione dapprima di testi religiosi e poi anche tecnici e professionali perché non conosceva il meccanismo tecnologico della riproduzione non manuale dei testi.

    Qualunque tecnologia è uno strumento, un mezzo per raggiungere l’obiettivo e, come non bisogna saper progettare una Formula Uno per vincere le gare mondiali GP, il piccolo Kimi ne è la prova vivente e apprezzabile, così non è per nulla necessario conoscere il funzionamento intimo dell’AI, che diventerà fra l’altro, nel tempo, sempre più complesso e raffinato, per esprimere un giudizio e una valutazione, soprattutto sul futuro dell’utilizzazione dello strumento.

    Ebbene, il giudizio è, lapidariamente, che entro qualche anno, ma temo in tempi ancora più brevi, stanti le tappe forzate evolutive del mezzo, il problema non sarà se usare l’AI nell’attività legale, ma come usarla; chi non vorrà farne uso farà la fine degli amanuensi nel mondo di Gutenberg. Il problema sarà come usarla e come introdurre un metodo di lavoro virtuoso che ne consenta un uso proficuo e responsabile.

    Intanto, è necessario sgombrare il campo da un equivoco; ormai tutte le applicazioni non solo dedicate al mondo giuridico si vantano di essere implementate dall’AI. Ebbene, questo meccanismo è decisamente irrilevante e talora persino inutile o controproducente, sommando per l’operatore giuridico una serie di controlli o filtri che non sono utili nella produzione di documenti legali o nell’effettuazione di ricerche e comparazioni fra fattispecie. Le utilities basate su riassunti e revisioni non hanno alcun valore speciale nella redazione degli atti giudiziari e nell’espressione di un parere tecnico su una determinata fattispecie, (a meno che non riconducano gli atti alla conformità a standard normativamente o di prassi previsti come obbligatori o almeno consigliati), e queste sono le due grandi categorie concettuali in cui si esprime l’attività legale, a cui aggiungere ora una attitudine a disegnare una compliance aziendale multidisciplinare, che dovrebbe interessare come metodo anche le arretratissime amministrazioni pubbliche e i loro servizi legali e di affari generali, la cui risposta attuale alla digitalizzazione è stata – come paradigma totalmente negativo da considerare, valutandone severamente la pochezza progettuale e cognitiva e la confusa inefficacia pratica che ne è derivata – nel campo dell’amministrazione della giustizia, ad esempio, la risibilissima introduzione di sistemi processuali telematici totalmente disparati e “privati” per ciascuna delle giurisdizioni in cui si dipana l’applicazione del diritto alla fase della patologia.

    Dobbiamo quindi avere come punto di riferimento per le nostre valutazioni o le applicazioni specificamente professionali, o quelle generalistiche sofisticate, che comunque garantiscono un campo di attività ampio e suscettibile di autoaddestramento e di sviluppo di nuovi obiettivi specializzati. La dolente nota del costo di tali servizi aprirebbe il dibattito su un tema anch’esso essenziale nella vita futura degli studi professionali, cioè la necessità di uscire dalla fase di artigianato estremo in cui operano tuttora la gran parte degli studi legali italiani e la costituzione di soggetti – magari usando una resurrezione di modelli cooperativi che ben si presterebbero ad attività intellettuali associate – che vadano in direzione del tutto opposta all’atomismo che persino le errate norme fiscali assunte caritatis causa incoraggiano, con il pauperismo (vi esentiamo dall’IVA!) della soglia di forfetizzazione, che induce alla non crescita e al non sviluppo comunitario dei mezzi e metodi di produzione del lavoro legale. Ma questa è un’altra storia in cui parleremo un’altra volta.

    Inoltre, ultima valutazione preliminare, dobbiamo smetterla di prestare ascolto allo sciocchezzaio sulle allucinazioni giuridiche dell’AI che citano sentenze inesistenti e cause affrontate con argomentazioni a capocchia. Si tratta, se mai esistono, di bug di sistema in verità sempre meno frequenti e dipendenti spesso da una mancanza di metodo scientifico e di professionalità dell’avvocato nello svolgere il suo lavoro; quando si redige un atto, le citazioni seguono non solo regole editoriali e tecniche ben definite, che molti ignorano, ma presuppongono e non solo suggeriscono la lettura integrale delle sentenze, in quanto sovente anche la sola pur esatta massima, a sua volta possibile frutto di una frettolosa sintesi, può non essere adeguata alla fattispecie concreta esaminata. Così come il ragionamento giuridico di fondo al cui sviluppo si chiede l’aiuto dell’AI deve essere ben nitido nella testa dell’avvocato e – nella riconosciuta propensione dell’AI di blandire un po’ il proprio interlocutore umano, che è pur sempre un cliente che paga – porre i quesiti e sviluppare il dialogo con l’AI su base quanto più neutra possibile, specie se si possono affacciare – come in diritto capita sovente – soluzioni plurime a una unica fattispecie in fatto.

    Un tema molto rilevante e nel quale l’unica soluzione possibile è valutare con severità i criteri contrattuali con cui opera l’AI prescelta (ce ne sono almeno tre o quattro di ottimo livello e alcune assolutamente inadeguate, ancorché vantate come miracolistiche) è piuttosto quella della privatezza; l’esperienza sul campo mi sta insegnando che senza fornire all’AI una documentazione adeguata le risposte oscillano fra il generico e il superficiale, esattamente come accade a noi se a chi fa esclusivamente il penalista si chiede come condurre una controversia avente ad oggetto l’omesso pagamento del bollo auto. E qui è necessario non solo che esistano strumenti di anonimizzazione all’esterno dei dati, ma che essi, da un lato, vengano conservati per fornire una memoria storica del lavoro svolto, che può essere utilizzabile anche in future occasioni simili (questa è una lacuna del sistema attuale delle AI, almeno secondo la mia esperienza, che tendono a rifarsi tabula rasa per ogni conversazione approdata a un risultato finale) e, dall’altro, che tale conservazione faccia capo a una banca dati proprietaria dell’utente e la cui utilizzazione sia soggetta alla sua esclusiva volontà e scelta.

    Infine, tema dolente in questi oscuri tempi, sono i costi dell’utilizzazione di questi pur, a mio avviso, indispensabili servizi; in primo luogo, diffidate di quelli che da un lato vantano risultati mirabolanti e dall’altro propongono pagamenti irrisori: non possono essere prodotti sviluppati da specialisti veri e, soprattutto, non c’è alcuna garanzia che vi sia dietro uno staff adeguato a quel lavoro di aggiornamento e di continua evoluzione che l’AI specializzata richiede; viceversa, diffidate anche delle proposte talmente dettagliate e apparentemente specializzate che, perdendo di vista l’essenziale unicità progettuale dell’AI professionale, aumentano sproporzionatamente i costi e si rivelano nella pratica una semplice furbesca riedizione delle tradizionali banche dati generaliste, che al più producono un profluvio oltremodo imponente di citazioni di regola giurisprudenziali praticamente inservibili (leggere centinaia o migliaia di sentenze non è umanamente possibile né utile) o si impancano in improbabili e futuristiche valutazioni giurimetriche, i cui unici risultati noti in applicazioni effettive hanno, al momento, finora a quanto è dato sapere portato alla legge del terzo reato negli USA, che ha prodotto due milioni di detenuti; applicando la regola c.d. “del terzo reato” la Corte giudicante ti irroga una pena di decine di anni per reati densi di allarme sociale indotto dai media, ma spesso privi di rilevante ed obiettiva speciale offensività e, guarda caso, quasi sempre commessi da appartenenti a categorie di irregolari per censo o per razza o per la mistica perniciosa unione fra le due stigmate, che in alcuni paesi condannano interi strati della popolazione a un accesso privilegiato, come destinatari imputati e quasi certamente condannati, sia chiaro, al sistema della repressione penale.

    L’AI legale è un cantiere aperto; come per tutti i cantieri, si può fare l’umarell che li guarda da fuori della recinzione e ne critica l’attività, oppure rimboccarsi le maniche e scendere nel cantiere a dare una mano, cercando di conoscere al meglio il progetto, le modalità con cui viene eseguito e gli attrezzi a disposizione. Ecco, avete capito, spero, quale scelta io consiglio di fare.

  • Io l’avevo detto

    Lo so, lo so, nel lavoro, in politica, in famiglia, è una delle frasi più odiose da pronunciare. Consola chi la dice, ma suscita nell’interlocutore istintivo dissenso, fastidio, ripulsa.

    Appena ti si recita la formula magica al contrario, pensi che stai parlando con uno/una che crede di capire tutto, che tu che tiri la carretta tutto il giorno invidi e non apprezzi nella migliore delle ipotesi, tu che sei preso dalla quotidianità, dagli impegni, dal difficile impatto con la realtà.

    Tu anche, però, che credi di capire tutto, e a chi con garbo e prudenza ma con precisione ti ha messo in guardia, ti ha fatto notare le debolezze e le contraddizioni della tua posizione, hai risposto facendo spallucce, sbuffando, prendendo il tuo interlocutore per vecchio da rottamare, per poco informato di come va il mondo adesso, per ingrato che non si rende conto dei doni che ha ricevuto, delle meravigliose cose che tu hai fatto e che ti meravigli non vengano adeguatamente lodate.

    Però non mi posso esimere dal dirlo, si, proprio io ve l’avevo detto.

    Da un’intervista di un anno fa circa, caduta nel più totale oblio e disinteresse e priva anche di una garbata risposta e che nessuno ha avuto manco la cortesia di esaminare chiamandomi e dicendo che scrivevo tutte stupidaggini, sembra però, riletta adesso, che fossi l’oracolo di Delfo.

    Dicevo infatti che l’unica che mi sembrava tonica da spendere per la carica di Presidente della Regione (la smetteremo mai con l’idiozia del governatore, carica americana che con la nostra non c’entra niente?) era Valeria Mancinelli, dicevo che suonava sul terremoto e sulla sanità un tintinnante campanello d’allarme e che – se fossi stato in Ceriscioli – avrei subito avviato una forte iniziativa politica, istituzionale ed amministrativa, volta a rilanciare l’operato della Giunta (all’epoca, si aveva tempo di avviare un robusto ma necessario rimpasto, che ora sarebbe fuori tempo massimo) e a cambiare passo.

    Ad oggi, non è intervenuta neanche la modifica, pur necessaria ed opportuna, della legge elettorale, che ora sarà, qualunque contenuto abbia, considerata intempestiva ed interessata, mentre almeno la doppia preferenza di genere è sicuramente da fare ed il doppio turno con il ballottaggio sarebbe stato assai utile in un momento di difficoltà nel comporre omogenee coalizioni politiche. Ma già, si credeva, presumo, di vincere in carrozza, come del resto c’era persino chi alle ultime elezioni politiche favoleggiava di un bel successo marchigiano, anche per il peso delle candidature individuali, a cose viste incapaci di portare qualsiasi valore aggiunto ad un partito complessivamente in difficoltà politica generale.

    Non c’è ancora, qui nel livello regionale, una strategia delle alleanze e del resto neppure il livello nazionale riesce a trovare il giusto passo nel formulare l’ipotesi di una maggioranza politica stabile con i grillini, sempre più renitenti e riluttanti e tentati di fare (come ha dichiarato con la solita arroganza incauta ed anche un po’ ingenua Di Maio) “l’ago della bilancia” dello scenario politico, e si continuano a valorizzare le piccole rispettabili compagini che hanno affiancato in questi anni il partito democratico, la cui consistenza elettorale è purtroppo però oggettivamente data nel quadro dei famosi prefissi telefonici e con cui non si fa certamente una maggioranza, a volersi affidare con tutte le prudenze critiche del caso ai più recenti sondaggi, ivi compreso quello tutt’altro che consolatorio sul gradimento dei possibili presidenti.

    Si affronta questo strumento di possibile valutazione, che certo può avere margini di errore, nel modo peggiore, parlandone come di un complotto, lo si delegittima facendo intendere che ben diversamente consolatorio sarà l’esito effettivo della competizione elettorale.

    Ma si continua a non capire se ci sarà l’accordo con i tiepidi grillini e sopratutto si finge di ignorare che la precondizione per farlo, Umbria docet, è che ci sia una condivisa scelta del candidato presidente e che essa non derivi dalle consultazioni primarie, di cui qualcuno continua a farsi sostenitore, come io feci quando però di alleanze possibili con i grillini nulla si diceva. Lo strumento potrà, al massimo, essere usato come modalità del partito per indicare possibili candidati, con l’evidenza – che ha poi condotto il PD in Umbria alle ormai note posizioni – che il candidato dovrà essere scelto nella società civile e che anche nella composizione dell’esecutivo probabilmente si chiederà che non ci siano esponenti politici in senso stretto; quanto al PD giovi questo esplicito culto dell’antipolitica, a breve ma anche a lungo respiro, non è dato facilmente comprendere.

    Sullo sfondo, ma sicuramente non irrilevante, sarebbe anche la necessità di una valorizzazione di quanto ben fatto e di una verifica finalmente aperta alle critiche di quanto invece non è stato fatto, o almeno non è stato comunicato con adeguata professionalità informativa alla pubblica opinione e – perché no, anche qui a costo di sembrare d’altri tempi – avviare con la comunità regionale, che ha il pregio di essere in fondo una comunità non troppo grande, in cui tutti ci si conosce, una discussione aperta sulle cose da fare, sui programmi e sui progetti per il futuro.

    Quell’università e quell’impresa a cui ora ci si rivolge per una salvifica fornitura di candidati andrebbero sollecitate a dare anche e sopratutto organici contributi di alta e solida qualità scientifica sul futuro delle Marche in un ampio contesto nazionale ed internazionale e sicuramente altrettanto potrebbero fare quei mondi professionali (penso ovviamente ad ingegneri, architetti, veri esperti ecologisti, ma anche avvocati e amministratori locali) il cui ascolto è indispensabile per affrontare dossier delicatissimi, primo fra tutti quello di una ricostruzione post sisma che sia dinamica e non impegni prognosticamente il prossimo quarto di secolo.

    Si sta facendo qualcosa in questa direzione? Io mi auguro di si, anche se non leggo notizie pubbliche in tal senso e null’altro so, avendo fatto la scelta – ritengo coerente con le mie idee – di non continuare ad ingombrare il palcoscenico della politica. Potrei peccare di disinformazione e forse qualcuno mi risponderà che tante sono state le cose fatte e fatte bene e purtroppo mi vedrò costretto a segnalare non solo l’esito del recentissimo allarmante sondaggio, ma le continue prese di posizione che emergono attraverso i social e la stampa dall’opinione pubblica e che già in passato sono state disattese ed affrontate con distaccato menefreghismo, confidando nel fatto che fossero – e non erano, come dimostrano i voti reiterati di ogni confronto elettorale – espressione di un disagio esacerbato, che si ipotizzava e sperava però non così diffuso e massiccio.

    Può anche essere, può anche avere fondamento questa chiave di lettura; se è cosi, non resterà che attendere l’evoluzione sempre più confusa e tardiva della situazione politica fino al ridosso della campagna elettorale.

    Si può infatti decidere subito la coalizione, imporre il tempo rapido se necessario anche ai renitenti grillini che, come l’Umbria sta dimostrando, se si uniscono con un controcanto antipolitico dell’ultimo momento servono a ben poco anche sotto il profilo elettorale. Decidere subito il metodo di scelta del candidato presidente e condividerlo con la coalizione che si deve organizzare, e magari prima di ogni altra cosa chiedere a Valeria Mancinelli, che è donna delle istituzioni, se è disposta ad impegnarsi in una battaglia che è nell’interesse dell’intera Regione. Comunque si dovrebbe partire subito anche nella fase di ricerca delle intese programmatiche, che sono il sostrato di una buona politica – che è assai meglio dell’antipolitica accattivante, ma livorosa, includente ed incompetente di questi ultimi brutti tempi e che non passa neppure per il personalismo di appartenenza e fedeltà che anche nel PD sembra aver preso fin troppo spazio.

    Oggettivo segnale in buona direzione, il richiamo all’apporto dei volenterosi a collaborare alla redazione del programma regionale, di recente formulato dal segretario regionale del PD, che cerca con giudizio e serietà, mi pare, di costruire una proposta politica. Per il resto, ormai stucchevole la lite fra renziani e piddini, che è particolarmente insensata se poi si deve convergere su un unico progetto politico di centro sinistra, il cui presupposto non può certo essere la feroce critica della varie fazioni. Mentre all’interno di un partito è lecito persino litigare, fra futuri alleati l’unico metodo è il confronto magari serrato ed il dialogo.

    Oppure, seconda opzione, si può non decidere se non all’ultimo momento, continuare con il susseguirsi di criptiche dichiarazioni in politichese, sognare alleanze con forze politiche che ormai non hanno il voto manco dei parenti stretti e magari fare l’accordo con i grillini all’ultimo momento nel segno del tutti i politici a casa, e poi avere dai risultati l’amaro risveglio che finora del resto in tutte le recenti consultazioni elettorali abbiamo subito.

    Ah, ecco: io potrò scrivere di nuovo nel blog “Io l’avevo detto”.

  • Come Ella mi insegna

    L’ossequioso intercalare di molte arringhe interpreta nell’immaginario collettivo, meglio di mille analisi sociologiche, quella disistima o almeno scarsa fiducia di cui gode in questo tempo difficile la professione forense.

    L’avvocato è percepito come debole con i potenti, primi fra tutti i giudici, visti come antagonisti rispetto al difensore e ritenuto – non solo nella materia penale – un inciampo alla ricerca della verità, che splendente emergerebbe dall’attività processuale se solo quei piantagrane degli avvocati non ne impedissero la immediata evidenza.

    Per converso, l’avvocato è un napoleonide – ho letto questa definizione suggestiva in uno dei tanti gruppi di avvocati che pullulano nei social – pronto a dipingersi come un coraggioso protagonista, un eroe solitario e superiore a tutti, colleghi per primi, trattati con sufficienza se non con un qualche spregio, anche quando nella realtà il proprio ruolo è tutt’altro che incisivo.

    In questo scenario, che chi frequenta le aule di giustizia respira e percepisce quotidianamente, si innesta una crisi ormai sempre più evidente della credibilità e della rappresentanza degli organi istituzionali dell’avvocatura.

    La battaglia delle battaglie sembra essere quella per la conservazione di cariche che ormai non possono non definirsi illegittime, perché rivestite in violazione della legge e di ormai innumerevoli pronunce giurisdizionali; come ben gli avvocati dovrebbero sapere, è alla legalità e non a personalissime idee di giustizia o timori complottardi che dovrebbero ispirarsi le condotte pubbliche.

    Anche in altri ordinamenti, si veda ad esempio quello degli enti locali, esistono disposizioni che vietano la reiterazione dei mandati; malviste, spesso oggetto di tentativi di aggiramento, ma mai si era vista una tale renitente condotta in una categoria che dovrebbe fare della leale applicazione delle leggi e delle sentenze uno dei primi suoi compiti ed obbiettivi.

    Il fatto non è solo deprecabile in se, ma indice di un distacco ormai conclamato dalla realtà della categoria forense, di cui le istituzioni non rappresentano in alcun modo né gli obbiettivi né gli stessi reali interessi.

    Mentre si discute ancora da parte del CNF dell’avvocato in costituzione – inutile orpello formalistico presentato come salvifico momento di gloria – sapidamente si fa notare da più parti che in concreto l’avvocato, con l’aiuto almeno ingenuo ed incauto dei suoi stessi rappresentanti, viene intanto escluso dalla Corte di Cassazione.

    Infatti, a causa dell’applicazione come norma processuale di un protocollo comportamentale in cui sarebbe stata buona norma aggiungere, appunto, che il suo mancato rispetto non avrebbe mai potuto essere sanzionato da censure gravissime, si registrano pronunce sanzionatorie come quelle di inammissibilità dei ricorsi che non soggiacciono a tali parametri e che danneggiano il cittadino, privilegiando il formalismo rispetto alla sostanza, e scaricano sulla categoria degli avvocati le distorsioni e la pletoricità del sistema giurisdizionale, specie di legittimità.

    Più ancora e più in genere, flebile e poco incisiva appare la voce dell’avvocatura, se non quella associativa, su temi di grande rilievo nella riforma “epocale” della giustizia che – vedasi prescrizione penale – si preannuncia solo come un taglio robusto dei diritti difensivi e delle garanzie processuali e nell’avvento della regola “fine processo mai”, mentre in generale si diffonde, anche per la scarsa informazione (e certo non è il costosissimo Dubbio, diffuso come un samizdat, a porvi rimedio), un sentire diffuso che trasforma l’opinione pubblica in una congrega di sferruzzanti tricoteuses sotto i patiboli, in cui come ben sappiamo si impigliano poveri, soggetti deboli o semplici sfortunati, quelli che incappano nel sistema giustizia in un particolare momento di speciale muscolare necessità mediatica di enfatizzare la repressione penale.

    Sono stato, nel 2012, fra i convinti sostenitori della riforma forense, non perché fosse la legge migliore del mondo, ma perché l’ordinamento, con qualche rappezzo, risaliva agli arcaici anni trenta ed era necessaria una modifica sostanziale delle regole professionali; di questo nessuno ora si rammenta.

    Fra le altre cose, che oggi molti – anche quelli che la sostenevano in conciliaboli non pubblici di cui ora non hanno memoria – non ricordano, si disse fin da subito che la riforma si sarebbe retta sul pilastro dell’autogoverno, ed infatti il frequente riferimento ad attività regolamentari affidate allo stesso CNF, inspiegabilmente talora presentato come limitazione, era evidentemente piuttosto un’apertura alle forze stesse dell’avvocatura ed alla sua capacità di rinnovarsi.

    Non è certo colpa di chi ipotizzò quello strumento se poi esso sia stato utilizzato invece per dar vita ad una continua conflittualità, che ha finito per consegnare in mano alla giurisdizione le sorti evolutive della regolazione professionale e che ha visto in verità solo il Ministero della Giustizia tentare di non seguire lo stesso scenario, mancando tuttavia inevitabilmente di tempestività e rapidità nel provvedere alle attività che la riforma prevedeva anche in questo caso come frutto di una concertazione con la categoria.

    Con la onestà intellettuale che ritengo necessaria in chi si è assunto responsabilità istituzionali, temo che la fiducia accordata al sistema ordinistico sia stata troppo generosa, anche se – ad esempio nel sistema disciplinare – si dimentica che la riforma ha avuto l’innegabile pregio di creare organismi autonomi e terzi, la cui funzionalità è – ritorniamo sempre al punto – affidata alla qualità e all’impegno degli stessi avvocati, come si dimentica che è stata proprio la riforma ad affermare il principio, all’epoca originariamente messo in discussione, che l’iscrizione all’albo, e quindi il diritto all’esercizio dell’avvocatura, non poteva essere subordinato a parametri economici o previdenziali.

    Non meno importante è l’evidenza di una involuzione sociale ed economica della categoria, che il sistema ordinistico e le rappresentanze istituzionali non si sono dimostrati in grado finora di contrastare e combattere, mentre anche qui il dibattito, già avviato al tempo della riforma, avrebbe meritato ben altra risposta.

    Mi limito in materia a richiamare il tema dell’avvocato-dipendente, che solo all’ultimo momento non fu inserito e regolato nel testo della riforma e quello delle misure fiscali agevolative per le partite IVA “a scartamento ridotto”, che producono l’effetto indiretto, ma certo, di scoraggiare l’associazionismo, sicuramente in prospettiva assai importante e che pertanto andrebbero non eliminate, ma certamente almeno bilanciate da disposizioni che riconoscessero pari benefici a redditi maturati attraverso iniziative associative o societarie.

    Mi ha molto colpito che nella bufera che si è abbattuta sul CSM e sui metodi a dir poco non ortodossi con cui è stata selezionata almeno in parte la classe dirigente della magistratura poco o nulla abbia detto l’organo di rappresentanza istituzionale degli avvocati, sebbene molti fatti emersi facciano dubitare di una diffusa opacità anche della giurisdizione; e più ancora mi ha colpito che – fra le varie ipotesi di riforma del sistema di autogoverno – non si sia neppure provato ad introdurre una partecipazione attiva più che di generici “laici politici”, che non apportano al CSM significativa esperienza proprio per la natura strettamente politica della loro partecipazione, proprio di quei rappresentanti dell’avvocatura che dei giudici dovrebbero essere in grado di dare una valutazione meglio di chiunque altro.

    In poche parole, una categoria sempre numericamente gonfia, molto legata alla retorica, ma poco al realismo della quotidianità, divisa in sottoclassi anche sociali del tutto disparate, perché convivono ormai a fatica, sotto lo stesso tetto formale, avvocati grandi professionisti al centro del mondo degli affari con una truppa diffusa che a giudicare dalle sue stesse dichiarazioni pubbliche fatica a tener dietro ai pagamenti obbligatori, fiscali e previdenziali, essendosi assottigliata proprio quella middle class di professionisti dignitosi e affermati anche economicamente che in passato rappresentava il nerbo dell’avvocatura e ne rendeva solido anche il prestigio sociale.

    Non so dare ricette, e forse il timore di sbagliare ancora mi trattiene dal formulare altre proposte organiche; ma penso che bisogna sicuramente rafforzare il mondo associativo forense e valorizzare la costituzione di un organismo di rappresentanza politica dell’avvocatura su base capitaria a cui concorrano attivamente le associazioni, possibilmente diviso in sezioni territoriali, favorire anche mediante misure di incentivazione e sostegno economico la ricerca di formule di collaborazione anche interprofessionale, rafforzare e rendere efficace la formazione di ingresso e quella continua, affrontare una volta per tutte il tema della sostenibilità del sistema previdenziale, modificare robustamente l’accesso alla professione e alle specializzazioni, impaniatosi nelle liti regolamentari, regolare per legge la trasparenza e la rotazione degli incarichi ovunque sia utilizzato denaro pubblico, affrontare con realismo responsabile anni di difficoltà e di ristrutturazione profonda della professione.

    Smetterla con la vacua retorica ed il napoleonismo, ma anche con le polemiche prive di sbocchi effettivi nella realtà dell’esercizio della professione come attività che ha anche un rilievo oggettivamente economico, valorizzare quella che in un tempo troppo rapidamente archiviato veniva definita la comune cultura della giurisdizione che dovrebbe legare avvocati e magistrati, rilanciare l’immagine pubblica della categoria, ricordando che in tutti i tempi e in tutto il mondo non ci sono diritti se non c’è un avvocato libero a difenderli.

  • Il dopo terremoto ed il nulla

    Atreyu: Perché Fantasia muore? Gmork: Perché la gente ha rinunciato a sperare. E dimentica i propri sogni. Così il Nulla dilaga. –

    E’ una delle più celebri citazioni de La storia Infinita, ma l’angoscia e la delusione che pervadono la favola le sentiamo molto simili qui dalle zone terremotate.

    Personalmente, non mi occupo ormai da anni di politica attiva e di amministrazione locale, limitandomi ad esprimere qualche giudizio e qualche esortazione che cade solitamente nel vuoto.

    Da ex sindaco e parlamentare, credo tuttavia che sia mio dovere civile registrare con grande preoccupazione le notizie sulla crisi di alcune aziende – da ultima, la possibile chiusura o delocalizzazione dello stabilimento cartario di Castelraimondo – che gravemente minacciano il tessuto industriale della nostra zona, già duramente colpita dal terremoto.

    Sento parlare fantasiosamente e con lodevole entusiasmo di nuova economia, di turismo, di cultura, ma credo che senza una solida base anche di attività industriali ed artigianali di qualità non si andrà da nessuna parte, in una zona che già prima del terremoto avrebbe dovuto affrontare un processo di reindustrializzazione dopo la crisi del sistema Marche e quella devastante del pilastro finanziario portante dell’economia marchigiana, Banca Marche.

    Terziario, servizi, new economy reggono solo dove c’è un solido tessuto economico integrato, infrastrutture non solo viarie di prim’ordine e dove scuole, ospedali, servizi operano con elevati livelli di competitività.

    Fuori di questi modelli integrati, non resta che rassegnarsi alla speranza dei sussidi ed ascoltare le lagne dei campanilisti piagnoni, privi di idee, incapaci di spirito costruttivo e ostili a cedere porzioni anche piccole di potere localistico, per tentare con coraggio ed altruismo di contare insieme di più; non resterebbe che aspettare un declino ineluttabile.

    Mi auguro che i Comuni, la Provincia e la Regione, ma non meno le associazioni professionali ed economiche e le istituzioni culturali, trovino la forza e la capacità di invocare strumenti solidi e duraturi di intervento, integrati fra nuova fiscalità, sostegno all’innovazione ed alla ricerca, investimenti pubblici diretti nelle infrastrutture e nei servizi e di attuarli con perseverante convinzione ed energia.

    Credo che mai come in questo tempo ci si debba affrancare dai conflitti del passato e che l’appello vada rivolto agli uomini di buona volontà, al civismo più che a partiti e movimenti che blandiscono l’elettorato solleticandone i peggiori istinti polemici e divisivi o ricorrendo al richiamo di spente ma sempre pericolose ideologie. 

    Credo che la stagione ormai prossima delle elezioni amministrative e regionali debba essere l’occasione per mettere a punto ambiziosi progetti nuovi e sperimentare chi si propone come classe dirigente per la professionalità, l’accuratezza e la fattibilità seria delle proposte, l’impegno ed il sostegno che saprà darà o avrà dato, risultati alla mano, alla ricostruzione di un tessuto economico e sociale che vedo pericolosamente lacerato.

  • Prime riflessioni sulla riforma gialloverde della giustizia

     

    Nel nuovo processo civile, l’atto introduttivo tipico – anche in sede di gravame – diviene il ricorso; si tratta di una misura più volte invocata, ma poiché il rito non è identico a quello attuale del lavoro, ma dichiaratamente semmai ispirato alla semplificazione dell’attuale 702 bis c.p.c., ideato per processi non complessi, quanto alle richieste di prova ed al deposito dei documenti ed alla effettività dell’istruttoria non si vede quale peculiare accelerazione possa dipendere esclusivamente dalla natura dell’atto introduttivo.

    Procede l’andamento culturalmente contraddittorio nei confronti della mediazione e della negoziazione assistita, ora diminuite di impatto rispetto ad una fase appena precedente in cui erano enfaticamente presentate come rimedio a tutti i ritardi giurisdizionali, mentre viene potenziato, più a parole che nei fatti, il ruolo dell’avvocato nella negoziazione assistita.

    Viene introdotta una fase di istruzione stragiudiziale il cui successo pratico sarà tutto da dimostrare, avendo finora avuto pressoché nulla utilizzazione le disposizioni sulle dichiarazioni scritte depositate dalle parti, salvo quando si tratti di processi bagatellari o privi di reale contraddittorio.

    In un processo come quello civile, in cui le doglianze sono sovente concentrate proprio sulla valutazione delle prove, anche quando assunte dinanzi al giudice, confidare nella efficacia della loro assunzione come frutto di accordo pre-giudiziale fra le parti appare assai ottimistico.

    Molti commenti tralasciano o quasi un’altra innovazione molto consistente e che avrà conseguenze significative, almeno per una lunga fase di sperimentazione iniziale, sulla certezza dei diritti e la loro tutela in giudizio.

    Emulando con qualche approssimazione le norme dei processi speciali, nei quali una parte è di regola sempre la P.A., si tenta di introdurre l’obbligo generalizzato di notificare a mezzo pec (si rammenti che tale strumento è sconosciuto al sistema europeo) e, preliminarmente, si rafforza l’obbligo di dotarsene da parte dei soggetti che vi sono tenuti.

    Pericoloso e foriero di future controversie il principio della presunzione di ritualità della notifica; alla sicura praticità del metodo, a cui per la verità non corrisponde particolare celerizzazione del processo in quanto tale, sicuramente va collegata una maggiore incertezza nella tutela dei diritti.

    Modifiche al sistema dello scioglimento delle comunioni, ormai quasi totalmente nella prassi sostituito da negoziazioni private e l’introduzione della facoltà per il debitore di vendere l’immobile pignorato a prezzo di mercato; la definizione di tale valore renderà difficile, secondo comune esperienza, un significativo successo dell’istituto, astrattamente in se interessante.Ulteriore potenziamento generale del processo civile telematico, con digitalizzazione sostanzialmente obbligatoria di tutti gli atti e documenti processuali.

    Anche nella materia del processo penale, i commenti più roboanti, pro e contro, sono condizionati dalla ormai sempre più diffusa scarsa competenza, persino negli ambienti che ne dovrebbero conoscere ogni aspetto, degli aspetti tecnici del processo.

    Così passa quasi sotto silenzio il tentativo di introdurre – peraltro lodevolmente – la digitalizzazione nel processo penale, ma passa anche sotto silenzio il pericoloso principio che nel processo penale le notifiche dopo la prima si farebbero tutte consolatoriamente al difensore, evidentemente in supplenza dell’inefficacia sperimentata di qualunque sistema di notificazioni pubbliche, con quali e quante responsabilità a carico dell’avvocato non è difficile prevedere.

    Ovviamente, qui è anche l’architettura di sistema ad essere più confusa e preoccupante, inficiata com’è di pulsioni semplificatorie che mal si adattano al processo, che resta quello delicatissimo dell’accertamento della reità, con le sue devastanti conseguenze sulla libertà e sulla vita del cittadino.

    Da un lato, infatti, si ipotizzano termini più stringenti per la durata dei processi e dall’altro tuttavia, per effetto della controversa norma sulla prescrizione di prossima attuazione e delle ipocrite disposizioni che incrinano senza trasparenza il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, che stanno nascondendo sotto il tappeto della giurisdizione la polvere di milioni di fascicoli più o meno fermi, c’è il rischio che il sistema penale si trasformi in sostanza nel rito del “fine processo mai”.

    Definitivamente abbandonata la centralità del dibattimento come momento di accertamento della verità processuale, si continuano ad interpolare i riti premiali e limitare in sostanza i diritti, in nome di una visione del processo come strumento di lotta sociale alla criminalità che è del tutto errata, perché il processo è, “a valle” delle misure di contrasto al crimine, il luogo in cui si accerta la reità della condotta e si irroga una penna adeguata anche in riferimento all’art. 27 della Costituzione (si, vecchio arnese, questo della costituzione, senza del quale tuttavia si celebrano solo processi voluti dal “sentimento popolare” o dalla “volontà dello stato”).

    Le misure sanzionatorie, peraltro blande, nei confronti dei magistrati “ritardatari” confondono come sempre in un’unica indistinta ansia di celerità che “ci chiede l’Europa” le esigenze di buona pratica sollecita e quelle di approfondimento – nei casi più gravi – che ci chiede l’esigenza di tutelare i diritti sia degli imputati sia delle persone offese.

    Colpiscono negativamente, tanto in civile quanto in penale, le limitazioni al giudizio d’appello e la mancanza totale di interesse per quello che universalmente è riconosciuto invece come uno dei nodi più drammatici del nostro sistema giudiziario, l’abnorme numero di giudizi di legittimità e la conseguente ricerca di una deflazione sempre più a rischio di essere sbrigativa, a fronte tuttavia di un bisogno di giustizia “di qualità” di cui il ricorso alla Corte di Cassazione è chiara espressione.

    Assurdo infine il complesso delle proposte in tema di riforma dell’ordinamento giudiziario e del CSM, a partire dall’elezione preceduta dal sorteggio, pressoché certamente incostituzionale, ad una serie di regole e limitazioni talmente forti da ipotizzare che proprio i magistrati più qualificati e rappresentativi si terranno alla larga dall’organo di autogoverno, se farvi parte sarà non un motivo di vanto ma addirittura una limitazione forte della carriera.

    Resta invece del tutto irrisolto il tema della terzietà del giudizio disciplinare, che andrebbe unificato per tutte le magistrature ed affidato a corti in gran parte non magistratuali, come del resto chi discorre di riforme epocali dovrebbe anche ipotizzare semmai una maggiore omogeneità di regole degli organi di autogoverno di tutte le magistrature, comprese quelle speciali.

    Il tutto, continuando a seguire un indirizzo secondo cui le riforme sono riforme dei riti e dei procedimenti e non dell’organizzazione per giungere, sogno sempre declamato e mai raggiunto, alla sottrazione dei compiti di amministrazione e organizzazione all’autorità giudiziaria, che ha ampiamente dimostrato con i risultati di decenni di governo esclusivo della giurisdizione di non avere propensione e tempo per lo svolgimento di tali compiti.

    Nessuno affiderebbe nella sanità ai primari i compiti che sono tipici delle caposala o degli impiegati amministrativi, ma è ciò che ostinatamente in concreto si fa nel mondo giudiziario.

    Sebbene se ne parli diffusamente sotto il profilo propagandistico, nulla qui inoltre si prevede per la riforma della magistratura onoraria, ormai depositaria di circa metà della giurisdizione senza alcuna adeguato stabile inquadramento nel sistema nonostante i precedenti interventi legislativi.

    Palesemente inoltre la proposta di delega sembra il frutto di una elaborazione non unitaria e non congiunta del governo, ma una mediazione o meglio un precario equilibrio fra tendenze contrastanti, il cui pernicioso esito finale è che il testo – essendo stato licenziato dal Consiglio dei Ministri con la formula del “salvo intese” – è al momento poco più che un guscio, suscettibile di essere riempito di contenuti nuovi e forse anche ulteriormente contraddittori.

    Sta di fatto che nulla vi è di epocale in queste norme; semmai, si tratta di un tipico frutto dell’epoca.