Il 26 febbraio 2026 i partiti di maggioranza hanno depositato in parlamento la proposta AC 2822, ribattezzata giornalisticamente Stabilicum anche per compiacere la consueta mezza verità propagandata dalla maggioranza e dalla sua leader. Lo scopo della legge elettorale non è infatti tanto quello di assicurare la stabilità, che potrebbe essere perseguita in molti modi, come vedremo, e che dipende più dalla solidità del sistema politico che dai sotterfugi dell’ingegneria elettorale, ma di assicurare all’esecutivo che è al potere una maggioranza sicura. Il fatto che questo sia stato perseguito – nel malvezzo italico sempre più consolidato – da più parti non cambia la gravità del proposito e della sua realizzazione.
L’attuale sistema, il Rosatellum del 2017, mescola quota maggioritaria e quota proporzionale; anch’esso cercava di garantire una maggioranza, ma più ancora il potere degli apparati politici di scegliersi la classe dirigente, secondo un principio di autoconservazione e sopravvivenza di se stessi e a se stessi che va bene per le rondini che migrano e i salmoni che risalgono le correnti, assai meno per la scelta di leader, come dovrebbero essere i referenti politici locali e nazionali.
La meraviglia per la disaffezione al voto – specialmente delle giovani generazioni – dovrebbe essere sottoposta preliminarmente a questa revisione critica, in quanto i problemi senza dubbio sono molti e complessi, legati alla scarsa qualità della sostanza programmatica e alla mancanza di rapporto con le effettive esigenze della popolazione.
Ma il tema della formazione pressoché ineluttabile di una rappresentanza politica da digerire a scatola chiusa, composta di famigli, clientes in senso romano antico, coniugi e anche no, pregiudicati e aspiranti tali, quasi tutti ormai personaggi privi di ogni consistenza professionale e di vere e solide esperienze di lavoro è sicuramente molto sentito.
Si tratta inoltre di un evidente travisamento della affermazione Politik als Beruf di Max Weber, interpretata come politica come mestiere, mentre il Beruf è il servizio, la missione, che si dovrebbe svolgere a favore del popolo potendo poi rientrare nei ranghi della società civile da cui si dovrebbe provenire con sobrietà e distacco.
L’elettore comune, quello non legato da vincoli ideologici o comunque fidelizzato, ormai tende semplicemente a sottrarsi a questo stanco rito, consolandosi con le affermazioni solo in parte populiste che tanto non cambia nulla e che i politici sono tutti uguali, con una immedesimazione sempre più forte fra populismo, disinformazione, disaffezione e me-ne-freghismo, come noto tutti malvezzi che sono anche anticamere della fine della democrazia.
Il cuore della riforma che ci viene presentata è un premio di governabilità esaltato come valore in se: la coalizione che superi il 40% ottiene 70 deputati e 35 senatori aggiuntivi, con un tetto massimo di 230 e 114 seggi rispettivamente. Se nessuna coalizione raggiunge la soglia, è previsto un ballottaggio tra le prime due, purché entrambe abbiano ottenuto almeno il 35%.
Poiché, a parte il felice recente evento referendario, che speriamo rappresenti una svolta stabile verso una nuova presenza attiva dei cittadini, la media dei votanti si aggira intorno alla metà del corpo elettorale, si finirebbe dunque per consegnare al 20 per cento circa dei cittadini una iper-rappresentanza che collide con la complessità effettiva delle idee e della composizione sociale della popolazione.
Il premio è, fra l’altro, assegnato in modo separato tra Camera e Senato, con la possibilità non remota di esiti divergenti nei due rami del Parlamento.
Ricordiamoci che sempre come frutto dell’ubriacatura antipolitica di cui il grillismo porterà per sempre la colpa maggiore, ma che è sotto sotto alimentato dagli stessi partiti più apparentemente “istituzionali” specie quando non hanno responsabilità di governo, il parlamento ha ormai una rappresentanza anche territorialmente inadeguata e, se si prosegue con l’imposizione di “paracadutati”, alcune regioni, specie quelle minori, non sapranno letteralmente chi e perché li rappresenta in parlamento (fenomeno già ora tutt’altro che diffuso, provate a chiedere in giro a qualcuno chi è il “suo” parlamentare di riferimento).
Violando poi la regola non scritta ed ormai non applicata da decenni che le leggi elettorali, ancorché non direttamente costituzionali, dovrebbero essere frutto di un’ampia condivisione parlamentare, l’iter parte dalla Commissione Affari Costituzionali con quattro relatori, uno per ogni forza di maggioranza. Nessun relatore di minoranza, nessuna apertura, se non con timidissime affermazioni senza alcuna concretezza, ad una condivisione almeno dei principi fondamentali a cui questa nuova legge elettorale dovrebbe ispirarsi.
E sì che diversi costituzionalisti hanno già sollevato i primi dubbi di legittimità, ricordando che la Corte costituzionale aveva già censurato i premi di maggioranza nel Porcellum, (un nome una garanzia) per una legge elettorale (2014) e nell’Italicum (2017).
Poiché fra i mali ormai quasi mortali della democrazia italiana c’è il non sapere quasi più nulla del passato (e per la verità fregarsene pure) un piccolo ripassino non guasta.
Il sistema elettorale italiano repubblicano nasce proporzionale puro, ma mica per sbaglio o a casaccio, ormai il popolo italiano ha capito che il meglio della politica è rimasto sui banchi della Costituente.
Si trattò di una scelta meditata e consapevole, perché il maggioritario di lista aveva favorito l’ascesa del fascismo nel 1924. Il proporzionale fu scelto come modello di garanzia della pluralità e quindi indirettamente della libertà, consentendo di dare voce, o almeno il c.d. “diritto di tribuna” ai partiti minori e di impedire che una maggioranza congiunturale si tramutasse in egemonia strutturale.
Del resto, paesi che come noi erano passati da esperienze che definire fosche è dir poco, (anche se sicuramente Hitler, Franco e Mussolini avevano fatto anche buone cose, affermazione risibile che se ci fosse stata una buona formazione storica nelle scuole avrebbe dovuto fruttare all’incauto che la avesse pronunciata niente di grave, ma almeno un giorno dietro la lavagna con le proverbiali orecchie da somaro) si sono dati tutti sistemi elettorali fortemente proporzionali.
Con Tangentopoli e il crollo della Prima Repubblica, il Mattarellum, l’ultimo sistema progettato più per darsi un modello dignitoso che per farsi gli affari propri, introduce il 75% maggioritario uninominale e il 25% proporzionale: una svolta copernicana, ispirata al modello anglosassone, ma, bisogna ammetterlo, applicata a un sistema frammentato che non ne aveva le precondizioni sociologiche.
Seguono il Porcellum (2005, Calderoli), proporzionale con premio di maggioranza e liste bloccate, bocciato dalla Consulta; l’Italicum (2015, Renzi), proporzionale con ballottaggio, parzialmente abrogato; il Rosatellum (2017, misto), vigente. Siamo perciò alla quinta legge elettorale in trent’anni, una frequenza che non ha eguali nelle democrazie mature e che denota l’interesse precipuo delle forze politiche, e soprattutto degli ormai debordanti esecutivi leaderistici, di cambiare non solo il mazzo di carte, ma anche le regole del gioco ad ogni nuova partita.
Tre modelli dominano le democrazie occidentali: con il maggioritario a doppio turno (Francia) il legislatore ha il mandato diretto del collegio e governa chi vince i collegi. Garantisce governabilità ma produce “astensionismo strategico” e coalizioni di facciata al secondo turno. De Gaulle lo scelse nel 1958 proprio per spezzare la République des partis.
Nel proporzionale puro con soglia (Germania, Spagna) la soglia (del 5% in Germania o il metodo D’Hondt con circoscrizioni in Spagna) filtra la frammentazione senza sacrificare la rappresentanza. Il Verhältniswahlrecht tedesco, con il Kanzlerprinzip e la sfiducia costruttiva (art. 67 GG), è considerato il miglior compromesso tra rappresentatività e stabilità.
Ad onor del vero, gli esiti elettorali e la conseguente stabilità dei governi di quei paesi non dipende più tanto dai sistemi elettorali, che non impediscono la formazione – ormai non controllata – di partiti-antipartiti personali e/o patrimoniali ( si pensi da noi a Forza Italia, in cui l’azionista e non il leader formale comanda, come ha dimostrato di recente, proprio come in una società per azioni), ma dalla cultura ed abilità politica delle classi dirigenti, ormai costrette a lunghi periodi innaturali di Grosse Koalition in Germania, che stanno distruggendo la sinistra, o a non meno precari lunghi periodi di governi di minoranza come in Spagna.
Da ultimo, il maggioritario secco uninominale (UK, USA) premia i partiti territorialmente concentrati e marginalizza le forze nazionali disperse. Produce governi solidi ma sovra-rappresenta la coalizione vincente in modo talora abnorme.
Nel 2019 i Tory ottennero il 44% dei voti e il 56% dei seggi, ma anche il disastro trumpiano è in parte figlio della mancanza di seri contrappesi che non siano affidati a regole di bon ton costituzionale ed istituzionale che un personaggio come Trump dimostra di saper superare di slancio.
Sta di fatto che anche in quei sistemi si avverte più che qualche pericoloso scricchiolio; in America, dal mezzo golpe del gennaio 2021, all’ormai parossistica modifica delle contee come unità minime elettorali. In Inghilterra, il parlamento si è rivelato del tutto incapace di fermare una scelta populista perniciosa come la Brexit e comunque i sistemi maggioritari si mostrano permeabili ancor più di quelli proporzionali all’impeto delle forze antisistema che aspirano a prendere il potere con i metodi della democrazia elettorale tradizionale per poi sovvertirla o almeno annacquarla alla sua sola forma (come del resto ampie esperienze storiche dimostrano).
Tutti i populismi, gli autoritarismi e i nazionalismi cercano bagni di consenso nella folla; poi, nel tempo, si trasformano ineluttabilmente in bagni di sangue nella violenza e nella guerra, perché non si può seminare vento e stupirsi se poi si raccoglie tempesta.
L’Italia ha ciclicamente tentato di importare elementi di ciascuno di questi modelli senza adottarne compiutamente la logica istituzionale sottostante; tuttora, il sistema maggioritario-proporzionale misto con un minimo sbarramento sarebbe probabilmente, con alcune altre regole di cui parleremo adesso, il sistema più adatto alla natura identitaria del popolo italiano ed alla complessità dei suoi territori, legati fra l’altro solo da un secolo e mezzo da un patto unitario nazionale, che deve ancora crescere e sedimentarsi nella coscienza collettiva come valore democratico e non come roboante esaltazione di un passato ben diversamente esistito nella realtà.
A chi chiede di discutere fuori delle maggioranze politiche del momento del sistema elettorale si obietta di solito che furono proprio i Costituenti del 1947 a scegliere deliberatamente di non costituzionalizzare il sistema elettorale, limitandosi a fissare i principî (art. 48: voto universale, uguale, libero, segreto; art. 56 e 57 sulla composizione delle Camere) e a rinviare al legislatore ordinario per le modalità di traduzione dei voti in seggi.
Ma in realtà bisogna capire che le ragioni, tutte ben storicamente comprensibili, furono in primo luogo un certo pragmatismo costituente, condotta a cui i costituenti si ispirarono in molti campi. L’Assemblea costituente era infatti attraversata da una frattura profonda tra chi voleva il proporzionale (DC, PCI, PSI) e chi preferiva il maggioritario (liberali, azionisti). Costituzionalizzare avrebbe significato cristallizzare uno dei due modelli, trasformando ogni futura riforma in revisione costituzionale, con il processo lungo e incerto di cui adesso sta facendo le spese la protervia della destra e della sua leader, come prima era accaduto a Renzi e in qualche modo anche ai tentativi di D’Alema. Si preferì la flessibilità.
In termini teorici certamente pesò nella scelta la lezione di Kelsen, grande architetto dei sistemi costituzionali democratici, che vedeva nella legge ordinaria lo strumento privilegiato per la mediazione politica quotidiana; la Costituzione doveva porre limiti, non scrivere soluzioni. Il sistema elettorale, per sua natura contingente e adattivo, apparteneva al piano della politica ordinaria, non a quello della norma fondamentale, la Grundnorm che è il fondamento trascendentale dell’ordinamento giuridico, prima ancora della costituzione. Con ciò, si respingeva anche la visione dell’altro grande architetto del diritto costituzionale dei primi del 900, Schmitt, la cui idea è che la norma è potere che si dà forma di norma, all’opposto della visione di Kelsen secondo cui la costituzione è norma che disciplina il potere; in comprensibile sintesi, per Kelsen persino il potere deve ubbidire alla norma, per Schmitt la norma e chi la applica devono ubbidire al potere.
Senza voler dare quarti di nobilità immeritati alle sciocchezze recitate contro la magistratura in sede referendaria con il pretesto del tutto inconferente e modesto della separazione delle carriere, la verità è che da li (non a caso, seppur con qualche fraintendimento e remora, Schmitt fu considerato il giurista del nazismo) nasce l’idea che la destra un po’ dappertutto nel mondo ancora diffonde, che la magistratura e in genere l’applicazione della legge debba in qualche modo essere ancillare rispetto alla politica, o meglio, alla politica quando assume il potere. La differenza fra le due visioni non è solo teorica, ma segna la frattura tra Stato di diritto e puro decisionismo, tra legalità e legittimità, tra il giurista che crede nella neutralizzazione del politico e il politico che smonta ogni pretesa di neutralità e supremazia del diritto.
Né, sia chiaro, convince l’idea che il diritto sia a sua volta una sovrastruttura che può essere volta a realizzare pur meritori obbiettivi sociali; il diritto o è tale, e rimane sopra gli uomini, sopra le loro idee e la loro volontà di potere, o non è.
Che fare? Ritornare, dunque, certamente alla Costituzione, che è parlamentarista convinta. Il Parlamento, espressione della sovranità popolare (art. 1), non poteva essere imbrigliato da una norma superiore che gli prescrivesse come essere eletto. C’era ed è rimasto un tabù implicito: la lex de modo electionis appartiene al legislatore, non al costituente, purché però il legislatore lo eserciti nel quadro dei principi costituzionali e della Grundnorm della democrazia.
Infatti, il rovescio di questa scelta è ben noto e tristemente sperimentato: affidare la legge elettorale alla maggioranza di turno ha significato esporla alla tentazione (anzi, a desiderio spesso inveratosi) di plasmarla a proprio vantaggio, in un circolo vizioso che Gaetano Mosca avrebbe descritto come la perpetuazione della classe politica mediante la manipolazione delle regole del suo stesso reclutamento. Non a caso, nelle democrazie più stabili (Germania, Svezia, Spagna), le leggi elettorali nascono da ampie convergenze parlamentari — quasi un’usanza consuetudinaria di rango para-costituzionale.
Quindi il primo e preliminare problema non è quale sistema scegliere, ma come sceglierlo. Ogni riforma varata a colpi di maggioranza — dal Porcellum allo Stabilicum — porta con sé il peccato originale della parzialità. Come ammoniva Montesquieu, le leggi che regolano il potere non possono essere fatte dal potere stesso senza generare una contraddizione performativa. Una legge elettorale consensuale, soprattutto se ratificata da un referendum confermativo, avrebbe una legittimazione che nessuna fiducia parlamentare a colpi di maggioranza potrà mai conferire.
Quanto ai contenuti, non sarebbe affatto difficile porre alcune semplici regole inderogabili; istituire un regime misto fra collegi uninominali ed eletti proporzionalmente, magari con uno sbarramento non molto significativo (il 2/3 per cento), per garantire il diritto di tribuna anche a minoranze esigue ma significative per storia, cultura o rappresentanza sociale. Qui basterebbe operare una correzione del Mattarellum, con un 50 % di collegi ed un 50 % di proporzionale. Con l’occasione, abrogare la scempiaggine della drastica e non funzionale eccessiva riduzione del numero dei parlamentari (a proposito, come mai non si è ridotto proporzionalmente il costo dell’esercizio delle Camere?). Divieto assoluto di candidature plurime e introduzione obbligatoria delle preferenze. Non sarei contrario a regolare con legge l’eventuale utilizzazione delle primarie, facoltative ma, per chi decide di farle, legate ad una disciplina normativa trasparente; del resto, anche i partiti avrebbero dovuto essere regolati per legge, ma mai è stato fatto nulla in tale senso, ottenendo lo stesso risultato del calcio, entrambi si sono degradati nella mancanza di volontà e capacità di riformarli.
Ma, alla fine, del pallone si può fare a meno assai più facilmente che delle istituzioni democratiche; costarono ai nostri padri tanta fatica, tante sofferenze e tanti sacrifici, molti vi sacrificarono la vita.
Facciamole funzionare bene, promuovendo l’orgoglio collettivo di poter scegliere i migliori di noi a svolgere, per un breve ma intenso periodo, la funzione più bella del mondo, quella di fare politica, che significa servire il popolo e cercare di realizzarne i bisogni e le aspirazioni.
